martedì 15 marzo 2016

Mia suocera beve, Diego De Silva

Titolo: Mia suocera beve
Autore: Diego De Silva
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2010
Pagine: 338

Questo è un libro nel quale si annega nelle parole.
Credo che segni nettamente il punto di demarcazione tra il De Silva logorroico e complicato che ho trovato leggendo Terapia di coppia per amanti, e quello ironico, ma moderato, che era fino al libro precedente.
L'ho letto perchè dopo Terapia di coppia mi mancava Vincenzo Malinconico, ma la verità è che ci ho ritrovato più Modesto Fracasso, che l'avvocato che ricordavo in Non avevo capito niente.
Questo è il De Silva che dà il meglio di sè quando ragiona su tutti i significati possibili di una canzone (Diario, degli Equipe 84, per es.), o quando, nelle prime pagine, descrive perfettamente la filosofia del "Pare Brutto". 
Storia praticamente inesistente: decine di capitoli per narrare il sequestro di persona in un supermercato, in cui l'avvocato Malinconico viene, suo malgrado, coinvolto. E questo fa di lui un eroe (per caso).
Il fatto è l'occasione per digressioni continue: aneddoti di vita vissuta si accavallano a riflessioni sulla vita, per lo più ciniche, il che rende tutto più divertente. 
Ecco, credo che la trama mi abbia dato addirittura fastidio in questo libro: ingombrava lo spazio gustoso delle ciniche riflessioni di Malinconico: il suo rimurginare sui fatti, l'inaspetatta celebrità, la sindrome da reazione in differita.
In tutta la prima parte la (ex) suocera è solo una comparsa. La storia vuole che si ammali di tumore, e che non voglia vedere né figlia né nipoti, ma solo il suo ex genero. Hanno in comune quello sguardo disincantato sulla realtà, quel pragmatico cinismo che li diverte, ma allo stesso tempo li lascia senza difese, e senza argomenti. 
Si riprende il suo spazio in un paio di capitoli, e da questo momento in poi, tutto funziona meglio. Malinconico esce dai suoi ingarbugliati pensieri, e si fa cononoscere per quello che è: un buono, che si scopre indifeso di fronte al dolore di chi ama, insicuro a tal punto da farci tenerezza (vedi approccio con ragazza bellissima in ospedale, o il ritorno nella solitudine di casa), che non riesce a prendersi sul serio.
Se escludo gli eccessivi sconfinamenti, la lentezza della storia (che non c'è), ammetto di aver sottolineato un passo ogni 3 pagine: eccessivo, celebrale, ma a libro finito ho ancora voglia di tornare su quei passi.



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