martedì 5 aprile 2016

Le attenuanti sentimentali, Antonio Pascale

Titolo: Le attenuanti sentimentali
Autore: Antonio Pascale
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2013
Pagine: 232


"Nato a Napoli, per un accidente, ma sono vissuto a Caserta fino al 1989. Però Napoli non perdona: se nasci lì, anche se ci stai due giorni, sei di Napoli."

Si presenta così Antonio Pascale, con questa che mi sembra la frase più emblematica dell'intero libro.
Ad oggi è senz'altro uno dei nomi di punta della scuderia partenopea di Einaudi, la sua scrittura non riesce a prescindere nemmeno per una virgola dalle sue origini.
Il punto di vista del maschio meridionale, descritto molto bene nelle prime pagine, è anche il punto di partenza del libro: uomo conquistatore e capofamiglia, un essere assolutamente in estinzione, come dimostra molto bene il protagonista nelle sue diamiche familiari. 

"Questo non è un romanzo, è un giro in bicicletta". 

Senza andare troppo lontano con la fantasia, l'autore racconta di sè stesso, alle prese col blocco dello scrittore: a distanza di sei anni dall'uscita dell'ultimo libro, decide di inventarsi un documentario sui sentimenti dal titolo "C'è nevrosi tra noi".
Il libro, perciò, raccoglie una gallerie di personaggi e pareri contemporanei sulla vita sentimentale ed erotica, ma non solo: si discute di OGM, di biologico, di inquinamento, di pioggia.
Senz'altro il discorso che ho apprezzato di più è stato quello sulla manutenzione delle cose, come metafora dei rapporti. Ne riporto una breve battuta, ma le tre paginen meritano la lettura:

"Quando io parlo di manutenzione, nessuno mi ascolta, soprattutto le donne: e come sei ragionevole, un uomo deve divertirtsi, far follie, soffrire, e tu mi vieni a parlare di manutenzione? E vorre appunto dirlo a quella signora che in mezzo al fiume si lamenta dei tombini otturati: la capite la mancanza di manutenzione?"

L'ironia è senz'altro il motivo costante della narrazione, sotto la cui luce i rapporti umani vengono scandagliati e minuziosamente analizzati, mettendone a nudo la fragilità, qualche volta con arguzia, altre volte scadendo un po' nel già sentito (come quando parla del tradimento).
Ne viene fuori anche un bel ritratto di Roma,dei suoi parchi, dei suoi locali, la sua borghesia, i suoi nuovi inquilini fuorisede.
Il racconto è pieno di aneddoti che vivacizzano il risultato, anche se la protagonista assoluta mi è sembrata la Parola. A me, che non avevo letto niente  di suo, ha ricordato molto lo stile di De Silva: logorroico, eccessivo, pretestuoso. Un libro che si parla addosso. Può risultare divertente, ma forse letto non tutto d'un fiato. Un libro che, messo sul comodino, si può gustare a poco a poco, per sorridere un po' sulle proprie imperfezioni, o per riflettere a piccole dosi.

Posta un commento