lunedì 29 febbraio 2016

La sposa gentile, Lia Levi

Titolo: La sposa gentile
Autore: Lia Levi
Pubblicazioni: Roma : E/O, 2010
Pagine: 212

"Gentile" che sta per gens, gente non ebrea.
Il romanzo è ambientato in Piemonte, in provincia di Cuneo, a Saluzzo.
Inizia con la promessa che Amos Segre fa a sé stesso la notte di Capodanno del 1900: avrebbe consolidato la sua posizione economica, e avrebbe trovato una buona moglie. Peccato che avrebbe dovuto fare i conti non solo con i denari, ma anche con la passione.
Lia Levi racconta la storia di quest'uomo e della sua impennante ascesa economica, ma non solo.
Banchiere, originario di una buona famiglia ebrea, si innamora della figlia di un fattore alle dipendenze del signore con il quale sta trattando un affare, e da lì non può più tornare indietro.
Teresa è cattolica, e questo rende tutto più difficile. Quando rimane incinta, Amos è costretto a rendere nota la sua relazione alla famiglia, che però decide di lasciarlo solo.
Cattolica e povera: un connubio imperdonabile.
Amos e Teresa sono soli. La famiglia di lei scompare nel nulla, la famiglia di lui anche, ma per motivi opposti. La presenza di un'estranea nella comunità, per di più sempliciotta, lo condanna all'invisibilità all'interno dell'ambiente ebraico che aveva sempre frequentato.
Quando nasce la loro prima bimba, sarà una vecchia amica di Amos ad assistere Teresa nel parto.
La forza del loro rapporto è senz'altro l'amore commovente e assoluto di Teresa, che non desidera altro per Amos che la sua felicità. E lui quella di lei, certo. Ma mentre l'amore di Teresa è una roccia incrollabile, di Amos impariamo a conoscere l'imbarazzo per quella moglie tanto bella quanto poco chic, il rimpianto per le antiche amicizie, la mancanza delle autentiche tradizioni della sua gente.
Teresa, per amore di Amos e con l'aiuto della figlia del rabbino, la prima che rompe il ghiaccio e si offre di essere amica della coppia, impara ogni singola minuzia delle tradizioni ebraiche: dalle pulizie di Pasqua, alle preghiere, alle ricette. E se in società non splende certo come donna di mondo, rimanendo incapace di interloquire su qualsiasi questione sociale, in cucina è la regina, diventando a poco a poco il fulcro della famiglia. Con la nascita del figlio maschio, il terzo, la famiglia di Amos infatti si riavvicina, e la festa della mila diventa l'occasione per l'ingresso in comunità per Amos e Teresa.
Da quel momento cominciano i tempi d'oro per i Segre: la situazione economica di Amos è in crescente ascesa. Hanno una casa vicino all'antico ghetto, e una villa in collina. Amos arriva ad investire acquistando un intero castello. Con i loro quattro figli diventano il punto di riferimento di tutte le feste e le occasioni di famiglia. Un famiglia variegata e molto reale, dove non manca la cognata modaiola, il cognato malato di scommesse, il marito succube di una moglie eccentrica, i litigi tra fratelli, la nipote innamorata dell'ufficiale, la bambinaia invaghita del fattore di casa. Ma dove su tutto regna l'amore che Teresa mette in ogni cosa.
Scorre così quasi mezzo secolo, tra politica, società e cultura del primo novecento, visti con gli occhi di questa coppia, fino alle leggi razziali del 1938.
 
Un libro che procede un po' lento all'inizio, ma che poi si fa coinvolgente e a tratti commovente.
Una bella storia di famiglia, con una grande ascesa economica, e una rovinosa caduta dopo le leggi razziali: storie che abbiamo sentito raccontare dai nostri nonni, che qualche amico o parente ebreo e ricco ce lo avevano.
La storia di un'epoca, che si divide per il voto alle donne, la guerra, il primo femminismo.
La storia di una coppia, che parte svantaggiata, sola e malassortita, ma che non si arrende, con semplicità, vince.
La storia di tradizioni che non conosco. Tanti i libri che parlano di ebrei, pochi quelli scritti da ebrei che raccontano con minuziosità i loro riti e le loro usanze.
 
Un libro che si offre a più letture, di quelli che piacciono a me, con il tocco di classe di una bellissima copertina.
 
 
 

domenica 28 febbraio 2016

La ragazza di fronte, Margherita Oggero

Titolo: La ragazza di fronte
Autore: Margherita Oggero
Pubblicazione: Milano : Mondadori, 2015
Pagine: 223

Non so perché non avevo mai considerato Margherita Oggero nelle mie letture.
Confesso che non la conoscevo proprio, non sapevo neanche che fosse lei a scrivere la serie televisiva "Provaci ancora, prof.", una delle poche che mi è stato concesso di vedere quando i bambini andavano a letto presto e io stiravo, stiravo, stiravo ...
L'occasione è venuta dalla sfida a cui sto partecipando, nella quale propongono qualche titolo per accumulare più punti.
Vengo subito al punto: libro piaciuto, molto.
Intanto perché ha uno stile davvero ricercato. Ecco, lo stile è senz'altro ciò che ho apprezzato di più nel romanzo. La Oggero con le parole e la sintassi ci gioca: le sceglie e le plasma a seconda dei personaggi. Le storie dei due protagonisti, che procedono in parallelo, seguono anche due registri stilistici diversi.
Lei, Marta, nata e vissuta nella Torino bene, in un bel palazzo storico a due passi dal Valentino, archivista. Scottata da un anaffettivo rapporto con la madre e da una forte delusione amorosa, Marta risulta introversa, piegata su se stessa. Ha l'abitudine di spiare il dirimpettaio: cosa poco educata, forse, ma che si rivela poi utile.
Lui, Michele, figlio di immigrati napoletani, ha vissuto in due stanze con il nonno Peppino, ora è ingegnere e ha realizzato il suo sogno di guidare i treni. Un rapporto difficile con la sua famiglia di origine, vive un rapporto idilliaco con il nonno, invece, e porta dal sud la solarità e il fascino dello sciupafemmine. Ha l'abitudine di fermarsi e ricordare la ragazzina dai capelli rossi che leggeva sul balcone di fronte, quando abitava ancora con i suoi.
La storia procede parallela: si racconta di lei e di lui prima del loro incontro. Si erano intravisti da bambini, ma mai conosciuti veramente: "Due cammini diversi che visti dall'alto poi erano i nostri". Concedetemi la citazione, che la settimana prossima ho il concerto di Ramazzotti.
Una prospettiva originale, che mi è piaciuta proprio perché si ferma al momento opportuno, senza strafare.
Il cuore della storia è il cammino interiore dei protagonisti: entrambi devono riappacificarsi con le proprie radici, entrambi non nascondono a se stessi la ricerca di una stabilità affettiva.
La Oggero insiste molto sulla provenienza di classe, stilizzando atteggiamenti, mentalità e abitudini della provenienza sociale dei protagonisti.
E Torino si presta a queste riflessioni sociali. Io stessa quando ci ho vissuto (nel 2001, per un anno), ho stentato a conoscere qualche torinese puro, erano tutti immigrati di seconda generazione. Non escludo che abbia giocato a favore della lettura il fatto che sia una città in cui sono stata davvero bene, e che la rievocazione dei luoghi può avere un grande fascino nel gusto della lettura.
Autrice da rileggere.
 
Questo post partecipa alla Reading Challenge LGS come libro bonus.

venerdì 26 febbraio 2016

La cucina color zafferano, Yasmin Crowther

Titolo: La cucina color zafferano Yasmin Crowther
Traduttore: P. Mazzarelli
Pubblicazione: Parma : Guanda, 2006
260 

Desideravo leggere questo libro da molto tempo; tutte le mie amiche appassionate di storie femminili iraniane me ne avevano parlato molto bene. Quando è così, le aspettative sono altissime, e quasi sempre si va incontro ad una delusione.
Si tratta di una bella storia, me ne sono accorta solo raccontandola a mia figlia,  spesso curiosa di farsi raccontare le trame dei romanzi che leggo, cosa che mi da l’occasione di riflettere ad alta voce su quello che leggo.
Credo che sia stato lo stile eccessvamente poetico ed evocativo che mi abbia infastidito la lettura; capisco che per qualcuno questo possa essere un punto di forza, e che possa spiegare le 4/5 stelline che generalmente le si attribuiscono.
E’ un libro che parla di integrazione, della difficoltà per chi viene da una cultura definita e forte, di trovarsi a casa in qualsiasi altro posto del mondo. E’ questo che prova Maryam in Inghilterra: trova la libertà, certo, ma paga il prezzo di perdere gli affetti e le radici. Tutta l’educazione che ha ricevuto, che le ha instillato un’inamovibile intransigenza nei comportamenti, nei costumi e nei rapporti umani, non ha nessun valore nel posto in cui lei sceglie di vivere. E lei finisce per sentirsi sempre fuori luogo.
Sebbene sia stata lei stessa a ribellarsi ad un futuro già scritto in Iran, non riesce a sentirsi sicura in nessun altro posto al mondo.
E’ una storia che parla di dolore, di un doloroso rapporto tra un padre e una figlia. Li lega un affetto indiscusso: più forte per Myriam della prova e dell’umiliazione a cui l’ha sottoposta il padre, che lei riconosce nonostante la ferita che le ha inferto, assolvendolo ancora una volta.
La parte che però più mi ha commossa del libro è il rapporto di Myriam con sua figlia Sara, nata in Inghilterra. Più che il dramma della madre, mi sembra sia raccontato molto bene il dramma di questa giovane trentenne. Il suo mondo, la sua famiglia, sua madre (che fugge all’improvviso in Iran, in un momento in cui lei ne avrebbe avuto davvero bisogno) le si sgretolano davanti. Tutto viene messo in discussione proprio in un momento di grande fragilità per lei, che si trova disorientata di fronte a delle verità taciute per troppo tempo.
E infine, veniamo alla protagonista. So che mi attirerò un sacco di critiche per quello che sto per dire, perchè naturalmente la storia del suo dolore non può che assolverla totalmente. Invece io l’ho trovata una donna non risolta, un po’ capricciosa e molto egoista. Pretende di essere giustificata, capita, con i suoi tempi, i suoi silenzi, i suoi mezzi discorsi, venendo meno alle sue responsabilità e dimostrando ingratitudine per chi l’ha amata e accolta.
3 stelline.

Recensione pubblicata anche su: http://www.librodopolibro.com/la-cucina-color-zafferano/

giovedì 25 febbraio 2016

Quando i fratelli hanno la febbre

Bimba e Gugu a casa con l'influenza.

Bimbo è l'unico ad andare a scuola.

Lo accompagno io, stamattina.  
Le occasioni per stare da soli sono così poche, che mi lascio andare a qualche manifestazione di affetto.
Tanto lo so che il mio rude seienne è tutto chiacchiere e distintivo.

"Amore, mi penserai tutto il giorno? Io sì, ti penserò ogni minuto."

"No, mamma, perchè dovrei pensarti?  Penserò a Bimba e Gugu, che stanno male. Loro sì che hanno bisogno dei miei pensieri."

Come si fa a non amarlo.

domenica 21 febbraio 2016

Guida rapida agli addii, Anne Tyler


Titolo: Guida rapida agli addii
Autore: Anne Tyler
Traduttore: L. Pignatti
Pubblicazione: Parma : Guanda, 2012
Pagine: 214
 
Dovevo ad ogni costo riscattare l'opinione che avevo della Tyler prima dell'ultima lettura, che mi aveva un po' delusa, ma ora posso dire che torna davvero ad essere tra le mie autrici preferite.
Do 5 stelle a questo libro, che ha come tema principale l'elaborazione del lutto coniugale, tema trattato un tono di scrittura semplice, a tratti ironico.
Aaron ha appena perso la moglie, Dorothy, a causa di un incidente domestico: una quercia si è abbattuta sulla loro casa e ha colpito lei, proprio al termine di una discussione, un litigio banale, un banale battibecco tra coniugi. 
Lui editor in una piccola casa editrice, ereditata dal nonno e gestita con la sorella: si occupa di self publishing e di una collana di discreto successo: "Guida rapida a ...". Lei di origine messicane medico radiologo, disordinata, svagata, per niente portata per la cucina e le faccende domestiche.
Ci affezioniamo subito a queste due figure imperfette, a questa coppia mal assortita, e ci stringiamo ad Aaron e al suo dolore. Solo che Aaron respinge subito qualsiasi tipo di apprensione.
Aaron, con la sua figura alta e sbilenca, balbuziente, affetto da paralisi al braccio e alla gamba destra. Quello che ci sembra essere un uomo mite e innamorato, disorientato dal dolore, restio alla commiserazione, scopre a poco a poco, e noi con lui, di non essere quello che pensava. Scopre  che amare non basta ad avere un matrimonio felice; che anche le azioni e le parole avrebbero avuto un loro considerevole peso. E' la stessa Dorothy a farglielo capire. A tratti, infatti, gli riappare, per pochi minuti, quando meno se l'aspetta, gli fa degli strani discorsi, che però fanno luce: su di lui, su di loro, su di lei, che non era solo l'idea di donna indipendente e orgogliosa che lui aveva sposato.
La Tyler ci rivela come la verità sui rapporti può essere davvero complessa, spesso confusa, offuscata dalle mille emergenze e discussioni quotidiane.
Lo fa con ironia, ma con profondità. Non lasciando nessuna riflessione e nessuna scena al caso: ognuna di esse di fa riflettere, e ci fa conoscere meglio il protagonista, e anche un po' noi stessi.
 
Per me che sono bibliotecaria, indimenticabile la scena in cui Dorothy, emozionata e confusa la prima volta che invitava a cene Aaron, indecisa su cosa cucinare, chiama la Biblioteca locale e si fa passare la sezione Consultazioni.

sabato 20 febbraio 2016

Come le mosche d'autunno, Irène Némirovsky

Titolo: Come le mosche d'autunno
Autore: Irène Némirovsky
Traduttore: G. Cillario
Pubblicazione: Milano : Adelphi, 2007
Pagine: 99

Ero molto curiosa di leggere questo lungo racconto della Némirovsky, un po' perché so che la sua scrittura è sempre una garanzia, un po' perché anche chi non conosce bene questa scrittrice lo considera un classico della letteratura europea.
Quando poi esco da una lettura che non mi ha convinta del tutto, allora preferisco andare sul sicuro.
Ambientato tra la Russia e la Francia nella prima guerra mondiale, al tempo della guerra civile tra Bianchi e Rossi, la storia ha per protagonista una vecchia tata cresciuta fin da ragazza in una nobile famiglia russa. Tre generazioni si sono affidate a lei e alle sue fedeli cure. E lei, pur non dimenticando di essere una governante, ama quella famiglia come sua.
Dopo la partenza dei due ragazzi per la guerra, la famiglia Karin deve scappare ad Odessa, lasciando la bella dimora in Russia alle cure dell'anziana tata.
Sarà poi lei a raggiungerli a piedi nella neve fino ad Odessa, per portare loro i gioielli che gli permettono di partire prima per Marsiglia e poi per Parigi. Dove la famiglia prova a ricominciare: nella miseria, certo, con una grande ferita per la perdita di uno dei ragazzi, ma almeno apprezzando il fatto di essere sani e ancora uniti.
Invece Tatjana non resiste, non ce la fa. Rimane ancorata alla nostalgia, al passato dorato: alle belle feste, ai sani costumi di un tempo, ai begli abiti. E soffre, soffre in silenzio, chiusa nei fantasmi dei suoi bei ricordi. 
So che qualcuno ha voluto attribuire una valenza politica a questo racconto, che tratta della Rivoluzione d'Ottobre, e che vede gli eventi dalla parte di chi quella Rivoluzione l'ha persa. 
Sicuramente l'estrazione sociale della scrittrice, figlia di ricchi banchieri russi, fuggiti dalla Russia e approdati a Parigi, ha un peso non da poco nelle storie che racconta.
Lo spessore del racconto, però, non è nella politica, ma nell'umanità del personaggio di Tatjana.
Sarà che in questo periodo ho una debolezza per le nonne, ma la sua fragilità mi ha  suscitato tenerezza. 
Sembra di essere lì, ad assistere impotenti alla fine di un'epoca, tra le macerie delle ville nobiliari distrutte, tra le macerie dei valori di una generazione oramai allo sbando. Come non provare empatia con questa vecchina, disorientata dalla nuova vita di Parigi e dalle nuove abitudini della famiglia.
La capacità di rendere quest'atmosfera di disfacimento morale e materiale con gli occhi di chi assiste con sofferenza e incapacità è senz'altro il tratto caratteristico di questo racconto.
Nel suo stile inconfondibile, asciutto, la Némirovsky riesce comunque a  commuovere.

Questo post partecipa alla Reading challenge LGS come libro di autore preferito.

mercoledì 17 febbraio 2016

Quando Corie aveva un gatto

Corie aveva un gatto quando era single.
Viveva già nella cittadinadimare. 
Non volle dargli un nome, in omaggio a "Colazione da Tiffany" di Audrey Hepburn.  
Corie lavorava, Lui giocava tutto il giorno in giardino.
Gatto fu per Corie single davvero un grande amore.
Le veniva incontro la sera, riconoscendo la macchina, le saltava sul cofano.
Ascoltava pazientemente ore e ore di preparazione all'esame del master.
Dormiva facendo le fusa.
Un gran figo di gatto, tra l'altro. 
Bastardino, dal pelo lungo e la coda pelosa e soffice.
Faceva conquiste, lui.
Ebbe un primo amore, la gattina della porta accanto: magra, dal pelo grigio, un po' altezzosa. Era talmente innamorato che costringeva Corie a salvarla quando rimaneva sul tetto della casa di fronte, incapace di scendere.
Hanno messo su famiglia. Poi lei lo mollò.
Si consolò con una gattina nera: magra, carina, ma plebea e randagia.
Ma non fu vero amore. Non durò.
Iniziò così il tempo delle sue avventure. Corie lo vedeva uscire la mattina presto e tornare a notte fonda, e non sapeva più chi frequentasse e che compagnie avesse. Sapeva solo che quando tornava aveva bisogno di tante coccole, e che quando stavano insieme continuavano a farsi tanta compagnia.
Quando lo conobbe Bimba, Gatto era già diventato più casalingo, più sornione. 
Bimba lo chiamava Uaua, non si è mai capito il perchè.
In famiglia, invece, lo chiamavano l'Aristogatto : era talmente sazio che giocava con i topolini, e quando Corie gli portava il cibo in giardino, rimaneva a guardare mentre altri gatti lo mangiavano al posto suo.
Ma non rinunciava a combattere per qualche bella gattina.
Quasi tutti i pomeriggi tornava ferito e graffiato, una volta addirittura pieno di spine.
Fino a quando non tornò mesto mesto, sanguinante e dolente.
Corie corse a prendere il trasportino in cantina per portarlo subito dal veterinario.
Quando risalì in giardino, però, Gatto era già andato via.
E non è più tornato.
E' stato un grande amore, però, ed è rimasto nei ricordi di famiglia di Casa Bratter.

Gira voce nel web che sia il giorno del gatto. 
Non potevo dimenticarmi di lui.

domenica 14 febbraio 2016

L'amore molesto, Elena Ferrante

Titolo: L'amore molesto
Autore: Elena Ferrante
Pubblicazione: Roma : E/O, 1992
Pagine: 176

Ero molto curiosa di leggere l'esordio della Ferrante, per scoprire quale frammento potevo riconoscere nella quadrilogia che l'ha resa famosa, e che ho amato molto.
In quella quadrilogia si fa riferimento ad un romanzo d'esordio, dopo il quale la protagonista non aveva scritto molto, per lungo tempo, e che le aveva provocato ostilità e risentimento  in famiglia, soprattutto nella madre. Sospettavo che si riferisse vagamente a questo, e credo di non essermi sbagliata.
Non ho visto il film, perciò non avevo una idea precisa di quello che mi aspettava.

Una lettura tosta, senza giri di parole.
Il romanzo inizia con la morte suicida della madre di Delia, Amalia. Un incipit che mi ha conquistata solo per il fatto che nomina luoghi che conosco molto bene. Dopo l'incipit, però, è iniziato il delirio.
Prosegue poi con un flusso di coscienza che indaga il rapporto madre-figlia: un rapporto conflittuale e simbiotico. Delia, che abita a Roma, torna a Napoli, per i funerale e le incombenze che seguono la morte della madre. Ma niente di questo ci viene raccontato: tutto segue i pensieri, i ricordi frammentari e le emozioni di Delia.
Tutta la prima parte è addirittura onirica: Delia è perseguitata dalla figura materna, che le appare sotto forma di incubo appena mette piede nella casa materna.
Delia comincia qui a disseppellire il passato familiare: un padre insoddisfatto e violento, un presunto amante della madre, uno zio bestemmiatore e complice del padre, e sua madre. Una donna dalla quale credeva di aver preso le distanze; tanti anni a raccontarsi di essere diversa, e che ora invece scopre, suo malgrado, così simile, anche fisicamente.
Una distanza maturata nella sofferenza dello smarrimento: da bambina Delia l'aveva amata, l'aveva sostenuta nella separazione dal padre, un pittore geloso che non esitava ad alzare le mani, aveva cercato a suo modo di proteggerla (la scena del cinema all'aperto in questo è emblematica: lei che si guarda intorno, per prevenire gli sguardi degli uomini sulla madre, che avrebbero fatto infuriare il padre). Ma Amalia l'aveva ricambiata tenendola fuori dalla sua vita, dalle sue amicizie, dalle sua allegria. Aveva confuso la figlia, non svelandosi per quella che era, ma vivendo sul filo dell'ambiguità. E questa ferita aveva innescato la colpa. Delia aveva parlato al padre, accusando la madre di avere un amante, o almeno questo è quello che credeva. Il senso di colpa per aver tradito la madre aveva offuscato nella memoria la violenza che aveva subito piccolissima.
In una Napoli soffocante, ricca di un dialetto osceno, di violenza quotidiana, (anche qui compare il "rione", che tanta parte ha nei quattro libri dell'Amica geniale) Delia deve affrontare quello che voleva rimuovere. Solo così riuscirà a fare un passo in più verso la sua identità.
L'amore molesto è tale non solo per la violenza che ha subito, ma anche per i laidi personaggi maschili che compaiono in questo libro: dallo zio, che non fa  che riversare sugli altri il suo rancore, al padre, che non è mai cambiato, e ancora anziano continua a non risparmiare violenza,  a questo "Caserta", la cui ombra compare fin dalle prime pagine, ossessionato dalla madre, feticista e viscido.
Un romanzo psicologico, dallo stile ricco e un po' ostico, che contiene in nuce molti degli elementi che si ritrovano nel suo capolavoro celeberrimo.
 
Questo post partecipa alla Reading challenge LGS come libro d'esordio.

venerdì 12 febbraio 2016

Caffé Babilonia, Marsha Mehran

Titolo : Caffé Babilonia
Autore: Marsha Mehran
Pubblicazione: Milano : Neri Pozza, 2009
Pagine: 244 

Tre sorelle iraniane fuggono dalla Rivoluzione del 1979 e trovano rifugio prima a Londra, e poi in Irlanda. Cercano di cominciare una nuova vita, aprendo un locale che, attraverso la cucina orientale, densa di nuovi sapori, nuove fragranze e antiche ricette, conquista in poco tempo la piccola cittadina di Ballinacroagh. Ma le tre ragazze, seppur così giovani, si portano dietro ferite e cicatrici, che a poco a poco devono tentare di curare.
Ho scelto questo libro affascinata dall'ambientazione e dalla copertina, fidandomi molto dell'editore, che difficilmente sbaglia, e non dando troppo peso algli ultimi commenti su Anobii. Ho poi scoperto che l'autrice, che racconta molto di sè e della sua famiglia, è morta prematuramente alla sola età di 36 anni, senza riuscire a dare alle stampe il suo quarto romanzo; il che, inutile nasconderlo, ha dato alla lettura quella marcia in più di nostalgia, necessaria a questo tipo di letture.
Amo le storie femminili legate all'Iran e agli anni della Rivoluzione, dalla caduta dello Scià agli anni di Khomeyni ( ne avevo scritto qualcosa qui): pur affrontando lo stesso argomento, le storie sono sempre diverse, e raccontano un pezzettino di un puzzle  molto complicato.
Marsha Mehran svela piano piano la storia delle tre sorelle Aminpour, scoprendone a poco a poco il bagliando di dolore che portano con sè. 
In patria, le sorelle avevano attivamente partecipato alla Rivoluzione contro lo Scià, e la più grande, Marjan, ne ha conosciuto le prigioni: un aspetto del regime che molti romanzi preferiscono tacere, ricordando invece solo la pace e la libertà che si respirava nel Regno, prima di Khomeyni. Attraverso Marjan conosciamo il volto della repressione governativa e della polizia dello Scià, pur condannando la piega che presero poi gli eventi dopo il 1979.
Dalla quarta di copertina sembrerebbe la più piccola, Layla,fuggita dall'Iran all'età di cinque anni, e adesso bellissima quindicenne, la protagonista della storia.  
Al centro del racconto, invece, c la delicata dinamica relazionale tra le sorelle, che hanno invitabilemente un passato che pesa come un fardello nelle loro vite, e di cui Layla ha solo qualche breve, sebbene preciso, ricordo. L'affetto delle più grandi vorrebbe preservare la spensieratezza dell'età della più piccola, ma anche proteggerla dai dolori che loro stesse hanno conosciuto troppo presto.
Una storia semplice, scritta molto bene, consigliata.

Questo post partecipa alla Reading challenge LGS come libro che ha un alimento nel titolo, e al Venerdì del libro di Homemademama. 
  

mercoledì 10 febbraio 2016

Lazzaretti e/o Lazzari

Non c'è tregua a casa Bratter.
Prima Bimba con le placche in gola.
Ora Bimbo con lo stomaco.
Rimane da atterrare solo Gugu, che al momento è il più in salute di tutti. Pure troppo, visto che ha oramai invaso il mio spazio-tempo vitale, ovvero la fascia oraria che va dalle 22 alle 23,30, nella quale posso finalmente chattare, mangiare nutella e leggere (anche queste tre cose insieme, volendo). Purtroppo non crolla, non c'è ce fare. Ho provato timidamente a usare qualche empirico mezzo, tipo provocare qualche (altrettanto timido) pianto, ma la mia natura da chioccia mediterranea mi impedisce di infierire, anche quando ne va della mia sopravivenza.

Comunque, quando Bimba è stata male si è trasferita a casa dei nonni.
D'altronde,che senso aveva portarla lì la mattina e riprenderla la sera.
Solo che i sensi di colpa di Corie hanno avuto un'impennata: ecco qui, la mamma che abbandona alle cure altrui la sua bimba malata, trascurandola e provocando traumi irremovibili.
Dopo il lavoro, prima di tornare a casa dai suoi maschietti, Corie è passata a vedere come stava Bimba.
Ecco come stava: nel letto matrimoniale dei nonni, con doppia trapunta e stufetta. Televisione accesa, guardava "Fratelli in affari". Su comodino un succo di frutta e l'Ipad della nonna. Il nonno era appena tornato con ben 10 bustine degli album dei Cucciolotti, si sa mai si potesse annoiare.
Apperò, a questi prezzi, anche Corie si sarebbe ammalata volentieri.
Certo, non può pretendere di trasferirsi a casa dei nonni anche lei, ma magari una giornata nel suo letto col suo Kobo, mentre Suernonna pensa a tutto, non sarebbe affatto male.

E niente da fare, ha fatto prima Bimbo. Per ora è lui in cura al lazzaretto dei nonni.
Non le rimane che  prendere il numeretto.



martedì 9 febbraio 2016

Un peana per le zebre, Alexander McCall Smith

Titolo: Un peana per le zebre
Autore: Alexander McCall Smith
Pubblicazione: Torino : Guanda, 2004
Pagine: 207

L'investigatrice privata Precious Ramotswe è  alle prese con la concorrenza: un borioso sedicente investigatore di New York è intenzionato a rendere difficile la vita alla Ladies' Detective Agency N.1. A ciò si aggiungono: un cliente dai forti sensi di colpa per ciò che ha combinato in passato, qualche problema con i suoi figli adottivi e le complicazioni sentimentali della sua assistente, la signorina Makutsi.
Per fortuna c'è il signor Matekoni, il suo fidanzato, una vera roccia, un uomo buono e pacato, che deve solo decidersi a fissare la data delle nozze. 

Ho incontrato per la prima volta McCall Smith circa sei anni fa, attratta da una copertina Guanda molto colorata e dall'ambientazione africana. Non immaginavo all'epoca che si trattasse di una serie, nè che si trattasse di gialli, nè che mi sarebbe piaciuto così tanto. 
Non ho letto in ordine le avventure della signora Ramotswe, che in Italia vanta circa 13 volumi (questo, secondo Wikipedia, è il quarto), perciò conosco già alcune evoluzioni dei protagonisti.
Posso dire che sono così affezionata ad Alexander McCall Smith perchè mi ha insegnato ad apprezzare i gialli, che prima non leggevo.
La particolarità di questo autore è che scrive rassicurando il lettore. La signora Ramotswe, unica investigatrice donna di Gaborone, è una donna saggia e rilassante. La sua tranquillità d'animo, che non conosce lo stress (tipico tratto africano) conquista per le sue riflessioni sulla vita, i rapporti umani, il suo lavoro, e per il grande amore che nutre per la sua terra, il Botswana, prospera e onesta, di cui non si può che essere fieri.
In questo romanzo di giallo c'è ben poco, a dire la verità, ma non posso dire che mi abbia deluso. Quello che cerco in questo autore lo ritrovo sempre: la certezza, fin dalle prime battute, che a tutto c'è rimedio :).

Questo post partecipa alla Reading challenge LGS come libro che fa parte di una serie.