giovedì 31 marzo 2016

Accabadora, Michela Murgia

Titolo: Accabadora
Autore: Michela Murgia
Pubblicazione: Torino: Einaudi, 2010
Pagine: 166
Premio Campiello 2010


Non avevo mai letto un libro ambientato in Sardegna. Ho pensato di rimediare con questo titolo che ha raccolto moltissime recensioni positive, diventato in poco tempo un caso letterario.
Ambientato intorno agli anni '50 nel paesino di Soreni, è la storia di due donne, unite dalla pratica allora diffusa di affidare a coppie sterili gli ultimogeniti di famiglie numerose. 
Maria è una "fill'e anima", quarta figlia di madre vedova, affidata all'età di sei anni alle cure di Bonaria Urrai.
Bonaria di mestiere è un'accabadora, una donna che, per usare un eufemismo, accompagna le persone in agonia alla morte.
Maria crederà per anni che il mestiere della sua madre adottiva sia la sarta, e la scoperta della verità avrà un effetto devastante sulle due donne. La confidenza e l'affetto che entrambe conquistano a fatica, che vanno conoscendosi e avvicinandosi tra diffidenze, silenzi complici e poca tenerezza, si spezza quando Maria scoprirà la dolorosa verità del mestiere di Bonaria. 
Un mestiere che Bonaria ha ereditato e accettato, senza farsi domande. 
Tutta la prima parte del libro è intrisa di quella ineluttabilità ancestrale che è tratto comune in romanzi ambientati nell'entroterra isolano; non a caso ricorda molto il verismo di Verga. Questa la realtà, non resta che accettarla. Può diventare fonte di pettegolezzo, ma mai di rottura.
Con la complicità della maestra delle elementari, Maria trova lavoro come bambinaia a Torino presso una famiglia benestante. I due anni torinesi della ragazza sono forse la parte più scorrevole del libro. I personaggi, più complicati  hanno senz'altro una finezza psicologica più originale; le ferite, le piccole gelosie legate all'età e al rapporto tra fratelli, l'inizio di una passione, rappresentano una parentesi di luce nell'ambientazione cupa della Sardegna. Nonostante questo, non si può fare a meno di notare che non sono utili alla storia.
Maria sarà costretta a tornare a casa, anche a causa della grave malattia di Bonaria. E lì, pur contro la sua volontà, sentirà di dover compiere l'inevitabile.
Pur partendo con entusiamo, grazie alle belle recensioni che ha avuto il libro, mi sono resa conto subito che non sarebbe stata una lettura facile. Ci ho messo 30 pagine per entrare nella storia, e quando mi ha coinvolta mi ha anche soffocata. I destini già scritti, le piccole meschinità di paese, la durezza di un cuore che non si rassegna ai limiti del fisico, la sterilità affettiva di una madre naturale, e la severità di quella adottiva, fanno di questo romanzo un lungo racconto opprimente. Decisamente non era il suo momento.


mercoledì 30 marzo 2016

Benedizione / Kent Haruf

Titolo: Benedizione
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Pubblicazione: Aosta : NN, 2015
Pagine: 277


Ho iniziato questo libro il giorno di Pasqua, mi sembrava quantomai intonato al periodo. 
Avevo aspettative altissime, tutte le amiche che lo avevano già letto me ne avevano parlato molto bene. In più ho scoperto da poco che Robert Redford e Jane Fonda torneranno sugli schermi insieme per la terza parte di questa trilogia (Le nostre anime di notte) che uscirà per NN editori a novembre. 
Dunque mi sono portata avanti e ho iniziato a leggere.
E ho trovato quello che non mi aspettavo. Uno stile sobrio, molto asciutto, ma pregno di senso. Un senso che si trova nei fatti raccontati: non è indagato un perchè, non si scava nelle coscienze, ma inevitabilmente  fa presa sulla tua.
La storia, ambientata in Colorado, inizia con una diagnosi di morte: Dad Lewis viene informato di avere un tumore ai polmoni che non gli lascerà scampo.
Dad però non è solo: ha una moglie che lo assisterà, dei buoni amici, e una figlia. Non è solo perchè ad accompagnarlo alla morte sono anche i suoi fantasmi: sensi di colpa per il passato che tornano e cercano il perdono.  Mi è sembrato questa la vera benedizione del libro: la ricerca del perdono, non solo negli altri, ma la ricerca del perdono di sè. 
L'autore affronta il delicato rapporto di Dad col figlio, e non fa sconti di pena. Dad sa di avere sbagliato, lo insegue fino alla fine, persino nei sogni, questo figlio ormai perduto, e non tenta di assolversi. Rigido, severo: rimane tale anche in punto di morte. 
Eppure questo è anche il racconto di una lenta ma fortunata agonia. Dad muore circondato dai suoi cari, che lo amano fattivamente. Si preoccupano e si prendono cura di lui, pur avendo i loro piccoli drammi. Non ci risparmia il dolore, insomma, è un libro nel quale si soffre, anche se Haruf non perde mai il senso della misura, non è mai plateale nella rappresentazione della sofferenza.
Dietro una scrittura francescana (come è definita dal suo traduttore), un racconto che va in profondità, che ha bisogno di riflessione e rielaborazione.
Concludo la recensione con una piccola dritta: sul sito dell'editore troverete un songbook, 8 brani che accompagnano i passi più significativi del romanzo.

martedì 29 marzo 2016

I terribili segreti di Maxwell Sim, Janathan Coe


Titolo: I terribili segreti di Maxwell Sim
Autore: Jonathan Coe
Traduttore: Delfina Vezzoli
Pubblicazione: Milano : Feltrinelli, 2012
Pagine: 368

Primo incontro con questo autore.
Leggendo un po' di recensioni di lettori che lo conoscono meglio a quanto pare non è uno dei romanzi più riusciti.
Io mi posso dire soddisfatta. Diverso certamente dai generi che leggo abitualmente, ma pieno di riflessioni interessanti.
La storia si apre con la scena di una donna e sua figlia che giocano a carte in un ristorante: sono felici, in simbiosi, godono appieno della compagnia reciproca. Un'immagine rarissima di questi tempi, dove la relazione con l'altro è quasi sempre intervallata dallo squillo del telefonino e da lunghe pause nella conversazione. Da qui parte Maxwell Sim (sì, come quella del telefonino, cit.), 48 anni, divorziato con una figlia, con una diagnosi di depressione sul lavoro, mentre è in Australia che cerca di recuperare il suo rapporto con il padre.
Tutto il romanzo, che segue le avventure di questo protagonista tra l' Australia e poi in viaggio per tutta l'Inghilterra, è una riflessione sulla solitudine dell'uomo, sulla difficoltà di uscire dal guscio delle proprie comodità.
Ricominciare dopo una separazione è difficile, specialmente se ti rimane un unico migliore amico, che da poco si è trasferito altrove, e un padre che vive in un altro continente. Max non si rassegna alla solitudine, ma nello stesso tempo non è allenato alle relazioni umane, perciò i suoi tentativi di approccio con le persone rimangono goffi e si trasformano in occasioni mancate.
Onestamente mi è sembrato di assistere più volte ad un film di Woody Allen, di quelli anni '70.
Alcune scene sono esilaranti, e rimarranno per sempre tra quelle che mi hanno fatto più ridere: quella della chiacchierata in aereo, quella dell'amico che gli presenta la nuova linea di spazzolini da denti per cui lavora, quella della mancata occasione con l'amica d'infanzia che lo ospita a casa sua.
Un timido mai guarito, che cerca disperatamente il coraggio di vivere che non ha, che vorrebbe un rapporto con le persone a cui tiene non sapendo però esattamente cosa dire né cosa fare, anche perché non ha avuto nessuno che glielo ha insegnato.
La soluzione arriverà nel finale, anche se non è quella che magari mi aspettavo; arriverà anche la soluzione a fatti che nella narrazione sono sembrati magari un po' forzati. Quello che conta è che alla fine Max scioglie dei nodi, e porta a termine la missione del suo personaggio.
Geniale il colloquio sulla spiaggia tra l'autore e il protagonista del suo romanzo.

lunedì 28 marzo 2016

La sovrana lettrice, Alan Bennett


Titolo: La sovrana lettrice
Autore: Alan Bennett
Traduttore: Monica Pavani
Pubblicazione: Milano : Adelphi, 2007
Pagine: 95

Comincio a pensare che ci sia  un sottile e invisibile filo rosso che guida la scelta delle letture. Ecco un altro libro sul potere che i libri hanno su di noi.
Un potere tale che tiene in pugno perfino la regina d'Inghilterra.
La storia, romanzata, racconta della passione per la lettura nata dall'incontro casuale della sovrana con un biblioteca parcheggiato sul retro delle cucine di Westmister. 
Ma una sovrana non è avvezza a gestire e subire passioni. Non è certo stata educata per farsi guidare dai piaceri; per lei esistono solo doveri.
La cosa bella del libro, però, è che qualsiasi lettore che abbia provato, anche una sola volta, il fascino della lettura, può tranquillamente ritrovarsi nei meccanismi descritti da Bennett, pur non vantando doveri regali.
Si tratta di quella insinuazione di dipendenza che molto spesso scatena una storia ben scritta, e che ci ipnotizza fino a che non siamo arrivati alla fine. Quel fascino che ci soggioga che suggerisce anche alla regina mille sotterfugi per trovare il tempo di leggere (come quando finge di essere malata per rimanere a letto a finire la lettura); gran parte infatti del piacere deriva dalla trasgressione dei doveri quotidiani, che tuttavia trova una facile assoluzione dal fine indiscutibilmente nobile della lettura. 
Eppure questa dipendenza trasforma: la regina ha la testa altrove, non prova più entusiasmo per nulla, trascura il sui impeccabile modo di vestire, diventa monotematica (cosa stai leggendo? La domanda non viene risparmiata nessuno, dal primo ministro all'ultimo sudditi), senza contare che comincia ad avere un tocco di umanità nel gestire il suo ruolo.
Questa dipendenza compulsiva suscita naturalmente preoccupazione a Palazzo. Si deve ammettere che Mr. Kevin, consigliere personale della sovrana, non ci va poi troppo lontano quando nota:
"Leggere vuol dire sottrarsi. Rendersi irreperibili. Sarebbe già diverso se come passatempo fosse meno ... egoistico".
I lettori sono persone pericolose, ma l'autore non risparmia affatto la categoria degli scrittori. Narcisistica, molto pieni di sè, snob anche quando si tratta della corona d'Inghilterra, la stessa reinserire che è meglio incontrarli nei libri che di persona.
Tra leggeri intrighi di Palazzo, piccoli giochi di potere, etichette di corte e personaggi più che plausibili, Alan Bennett usa la sua penna umoristica per descrivere una passione compulsiva totalizzante. 
Termino questo libro con un gran desiderio di leggere Anita Brookner. Dopo averlo letto, capirete perché.

giovedì 24 marzo 2016

Balzac e la piccola sarta cinese, Dai Sijie

Titolo: Balzac e la piccola sarta cinese
Autore: Dai Sijie
Pubblicazione: Milano : Adelphi, 2006
Pagine: 176


Erano anni che avevo in wishlist questo titolo, che rappresenta una tappa quasi obbligata dei lettori seriali.
Venendo da una lettura completamente opposta, una spy story tutta intreccio,  ho avuto un attimo di smarrimento.
Perchè questo è un libro che procede per immagini, non certo per colpi di scena.
Un lungo racconto, ambientato nella Cina di Mao. 
Due ragazzi figli di medici con fama di dissidenti (ci vuole poco, in certi regimi) vengono spediti in un campo di rieducazione. 
Si tratta di un campo sperdutissimo nelle campagne, a due giorni di cammino da un villaggio minuscolo, costretti a lavori fisici faticosi e spessi umilianti. 
Tao, grande narratore, Ma violinista.
Il capo scopre il loro talento nel narrare storie, e gli concede di andare ogni tanto al cinema del villaggio, allo scopo di tornare e raccontare tutto il film, con gli stessi tempi, recitandolo alla perfezione. 
Nessuno può rimanere indifferente al fascino dell'arte, che sia la musica o la mimesi del reale, neanche dei contadini analfabeti.
Tao e Ma fanno amicizia con la figlia del sarto di quelle campagne: una vera e propria autorità. Un evento eccezionale accompagna l'ingresso del sarto nei villaggi, motivo di vanto per le famiglie che possono permettersi nuovi abiti, e corredato da una vera e propria ritualità. 
Ma l'incontro che cambierà loro la vita è quello con il loro amico Quattrocchi, che nasconde in casa una valigia in cui tiene gelosamente nascosti i romanzi occidentali. Un vero tesoro. 
Tao e Ma riescono a rubare la valigia. 
Meravigliosa la scena in cui la aprono, e scoprono le copertine di Balzac, Flaubert, Dumas.

"Rimanemmo abbagliati. Io avevo l'impressione di venir meno, ero come in preda all'ebbrezza. Tirai fuori i libri dalla valigia a uno a uno, li aprii, contemplai i ritratti degli autori, e li passai a Luo. Mi sembrava, a toccarli con la punta delle dita, che le mie mani, diventate pallide, fossero in contatto con delle vite umane."

Inizia così il fermo proposito di Tao di ingentilire la piccola sarta di campagna, raccontandole le storie dei grandi romanzieri occidentali. 
Dunque, sembrerebbe un libro incentrato sull'amicizia. E lo è, è anche la storia di un'amicizia fedele sincera, ma è soprattutto un libro sul potere devastante della letteratura. 
La lettura cambia le persone, ci trasforma, possiede un potere che non a caso il regime non aveva sottovalutato.
Lo fanno, nella loro ingenuità, i due giovani protagonisti, scoprendosi però diversi dalla macchina da lavoro voluta dal programma di rieducazione: scoprendo di avere un'anima, e un cuore che palpita. 
Lo scopre anche il sarto, tanto che nel villaggio cominceranno ad andare di moda dei piccoli vezzi alla marinara (richiami al marinaio di Dumas, che lo aveva tenuto sveglio ben 9 notti); e lo scopre loro malgrado anche la piccola sarta. 
La scoperta sarà una vera rivoluzione, non solo per i tre giovani amici.
Un libro che nella sua semplicità incanta con le sue evocazioni, che pretende dei fermi immagine, e che spinge a riflettere su come la lettura ci ha cambiati.

lunedì 21 marzo 2016

La rosa selvatica, Jennifer Donnelly

Titolo: La rosa selvatica
Autore: Jennifer Donnelly
Pubblicazione: Milano : Sonzogno, 2013
Pagine: 592

Quando esco da una lettura noiosa e deprimente (e non mi riferisco al post precedente a questo, ovviamente) devo andare sul sicuro. Questa volta era una vera scommessa, perché il libro è lunghetto e per la sfida di lettura a cui sto partecipando avevo poco tempo per leggerlo. Meglio però un libro così che sorbirmi un romanzo più breve ma magari meno coinvolgente.
Arrivare alla fine di una trilogia (I giorni del tè e delle rose e Come una rosa d'inverno) mi lascia sempre quella doppia sensazione di soddisfazione e smarrimento, come chi perde un'àncora sicura.
Comunque, mentre i primi due romanzi sono romance a tutti gli effetti, laddove gli eventi storici fanno da cornice alla storie d'amore appassionate dei protagonisti, in quest'ultimo capitolo è esattamente il contrario. Ci sono le storie dei fratelli Finningan, che mi hanno fatto commuovere e parteggiare come negli altri due, ma c'è la Grande Storia come protagonista.
Il romanzo è ambientato infatti durante la prima guerra mondiale, e fa  da filo conduttore  un losco personaggio, Max Von Brandt, spia tedesca a Londra, che con furbizia e mancanza di scrupoli tesse una pericolosa rete di collaborazionismo filotedesco nella capitale.
Jennifer Donnelly ci fa entrare nella guerra come è vissuta della gente comune, nelle famiglie che perdono figli e mariti, negli ospedali, dove i traumi da bombardamento sono danni assimilabili alle amputazioni di guerra, nella Camera dei Comuni insieme al partito laburista. E poi ci fa viaggiare in tutto il mondo: dalle vette tibetane, al deserto insieme a Lawrence d'Arabia, a Parigi e naturalmente nei sobborghi londinesi.
Il bello dei romanzi della Donnelly è che non si possono leggere senza tifare per qualcuno: i buoni e i cattivi sono ben demarcati; gli uomini sono sempre premurosi, generosi e cavalieri (a parte i cattivi, che sono sempre cattivi), e le donne sempre animate da grandi ideali, in questo romanzo sono impegnatissime nella causa delle suffragette.  Questa semplificazione  dei personaggi, che potrebbe sembrare un limite, in realtà rappresenta il luogo sicuro del lettore, la famiglia nella quale difficilmente troverà delusioni, senza contare non è possibile lasciare la lettura finchè non è resa giustizia. 
 Faccio eccezione per Seamie, ultimo dei fratelli Finnengan, anche se è una mia personalissima opinione, e capisco che tutto il romanzo ha cercato di convincermi del contrario:  la sua storia d'amore con l'amante, Willa, protagonista audace, indistruttibile, determinata, indomita, non è riuscita a conquistarmi.
A parte questo, spero ancora che ci sia una quarta parte.

giovedì 17 marzo 2016

I marmocchi di Agnes, Brendan O'Carroll

Titolo: I marmocchi di Agnes
Autore: Brendan O'Carroll
Traduttore: Gaja Cenciarelli
Pubblicazione: Verona : Neri Pozza, 2010
Pagine: 186


Una coincidenza così non mi capiterà più nella vita. 
Apprendo da pochissimo leggendo i blog delle mie amiche che oggi è San Patrizio, e giusto giusto ho appena terminato la lettura della saga di Agnes Browne. Terzo episodio ma secondo in linea di uscita, del celebre autore irlandese e ambientato a Dublino negli anni '70.
Per chi non lo sapesse Agnes è una venditrice di frutta al mercato, è sposata con Rosso, e ha sette figli. Una donna giovane, allegra, forte e di grande ironia.
In questo episodio è vedova di Rosso già da 3 anni: si ritrova sola con i suoi 7 ragazzini e deve affrontare un trasloco in periferia per ordine del Comune. Da qualche tempo frequenta Pierre, e una piccola svolta ci sarà anche nella sua vita sentimentale.
Avendo letto i precedenti l'approccio al libro è stato simile a quando incontri gli ex compagni di classe che hai visto piccini e vorresti  sapere cosa hanno fatto della loro vita.
E qui ce n'è per tutti i gusti: quello buono e responsabile, quello furbo, quello scapestrato, quello gay, quello che balbetta, quello genio,  e poi c'è Cathy, giovane donnina alle prese col primo amore.
Sottotitolo di tutta la lettura: Voglio sposare Mark Browne!!! Affidabile, responsabile, premuroso, gran lavoratore il padre di famiglia che Rosso non è mai stato in casa Browne.
Se il cuore trepidava per Mark, sanguinava er Francis, però. Prima skinhead, poi a Londra più scombinato che mai. Incredibilmente la storia dei due fratelli così distanti ha un tassello in comune, che però non posso rivelare, altrimenti rischio di spoilerare tutto. Sarebbe un peccato, perchè è un libro che si fa voler bene per i suoi personaggi e per la forza che dimostrano nelle difficoltà.
Piaciuto, consigliato.


martedì 15 marzo 2016

Mia suocera beve, Diego De Silva

Titolo: Mia suocera beve
Autore: Diego De Silva
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2010
Pagine: 338

Questo è un libro nel quale si annega nelle parole.
Credo che segni nettamente il punto di demarcazione tra il De Silva logorroico e complicato che ho trovato leggendo Terapia di coppia per amanti, e quello ironico, ma moderato, che era fino al libro precedente.
L'ho letto perchè dopo Terapia di coppia mi mancava Vincenzo Malinconico, ma la verità è che ci ho ritrovato più Modesto Fracasso, che l'avvocato che ricordavo in Non avevo capito niente.
Questo è il De Silva che dà il meglio di sè quando ragiona su tutti i significati possibili di una canzone (Diario, degli Equipe 84, per es.), o quando, nelle prime pagine, descrive perfettamente la filosofia del "Pare Brutto". 
Storia praticamente inesistente: decine di capitoli per narrare il sequestro di persona in un supermercato, in cui l'avvocato Malinconico viene, suo malgrado, coinvolto. E questo fa di lui un eroe (per caso).
Il fatto è l'occasione per digressioni continue: aneddoti di vita vissuta si accavallano a riflessioni sulla vita, per lo più ciniche, il che rende tutto più divertente. 
Ecco, credo che la trama mi abbia dato addirittura fastidio in questo libro: ingombrava lo spazio gustoso delle ciniche riflessioni di Malinconico: il suo rimurginare sui fatti, l'inaspetatta celebrità, la sindrome da reazione in differita.
In tutta la prima parte la (ex) suocera è solo una comparsa. La storia vuole che si ammali di tumore, e che non voglia vedere né figlia né nipoti, ma solo il suo ex genero. Hanno in comune quello sguardo disincantato sulla realtà, quel pragmatico cinismo che li diverte, ma allo stesso tempo li lascia senza difese, e senza argomenti. 
Si riprende il suo spazio in un paio di capitoli, e da questo momento in poi, tutto funziona meglio. Malinconico esce dai suoi ingarbugliati pensieri, e si fa cononoscere per quello che è: un buono, che si scopre indifeso di fronte al dolore di chi ama, insicuro a tal punto da farci tenerezza (vedi approccio con ragazza bellissima in ospedale, o il ritorno nella solitudine di casa), che non riesce a prendersi sul serio.
Se escludo gli eccessivi sconfinamenti, la lentezza della storia (che non c'è), ammetto di aver sottolineato un passo ogni 3 pagine: eccessivo, celebrale, ma a libro finito ho ancora voglia di tornare su quei passi.



domenica 13 marzo 2016

La promessa sposa del mercante di tè, Janet Macleod Trotter

Titolo: La promessa sposa del mercante di tè
Autore: Janet Macleod Trotter
Pubblicazione: Milano : Newton Compton, 2015
Pagine: 390

Ambientato tra la Scozia e l'India negli anni '20, ha per protagoniste due giovani donne, Sophie e Tilly. Cugine e amiche, ingenue e appassionate, entrambe seguono i loro mariti in India, anche se in zone completamente diverse, e affrontano insieme le speranzose aspettative matrimoniali dell'una e i primi tempi della vita matrimoniale dell'altra.
Le seguiamo nelle loro incertezze, nelle loro prime confusioni d'amore, nei loro ingenui entusiasmi, e facciamo il tifo per le loro storie avventate, per le scelte un po' precipitose e incoscienti, e sperando che vada loro tutto bene.
Inaspettatamente la cugina più timida, più insicura, sognatrice, appassionata di lettura (molto belle le citazioni della letteratura dell'epoca), trova nel matrimonio un porto sicuro: quel giovane che sembrava scontroso e antipatico, si rivela un marito appassionato e affettuoso.
Ed ecco Sophie, coraggiosa, bellissima, con un passato che da solo conquista le nostre simpatie: i genitori muoiono in circostanze misteriose in India nel giorno del suo sesto compleanno, lasciandola sola, salvata per caso e riportata in Scozia, dove cresce con la zia Amy.
Ed è proprio a Sophie che il viaggio in India riserva la parte più dura. Il matrimonio non è quello che lei si aspettava: suo marito, quel bel giovane brillante e ambizioso che l'aveva così facilmente conquistata, si ammala spesso, e si rivela più appassionato del lavoro che di altro.
A complicare le cose le attenzioni indesiderate del capo di Tam, e un sentimento nascente e prepotente per uno dei suoi migliori amici, di sangue indiano.
Mi sarei aspettata un gran romanzo d'amore, invece è la storia di una grande amicizia, quella tra le due cugine, ma soprattutto è un romanzo storico. La colonizzazione britannica dell'India non è solo la cornice della storia di queste due ragazze e dei loro matrimoni, ma è parte fondamentale della storia.
Le condizioni dei coloni, la mentalità dei britannici, i loro usi, le loro case, i loro svaghi, sono il cuore di questo romanzo.
Condisce il tutto l'appassionata scoperta della vera storia dei genitori di Sophie, che Tilly, spinta dall'affetto per la cugina, porta avanti con discrezione e determinazione, anche grazie all'aiuto del bibliotecario locale, e che arricchisce questa storia di un appassionante mistero.
Ho scoperto solo ora che si tratta del sequel di un altro romanzo che non conoscevo, La figlia del mercante di tè, ma non è detto che non ci ritorni. E secondo me ci aspetta una terza parte.

venerdì 11 marzo 2016

La figlia oscura, Elena Ferrante

Titolo: La figlia oscura
Autore: Elena Ferrante
Pubblicazione: Roma: E/O, 2011
Pagine: 145


Chi ha già letto la Ferrante, non potrà fare a meno di avere un deja vu.
Se non fosse che la pubblicazione della quadrilogia è successiva a quella di questo volume, direi che si tratta di una costola degli ultimi due volumi della quadrilogia dell'Amica geniale.
C'è una docente univesitaria, Leda, napoletana, che ha studiato a Firenze, che ha sposato un docente universitario, con due bambine, divorziata, le cui figlie ormai grandi raggiungono il padre in America. 
Con qualche leggerissima variante è la storia di Elena, protagonista de L'amica geniale. 
Il romanzo parte proprio dalla partenza delle figlie per il Canada: Leda ha 48 anni, e si ritrova a essere padrona del suo tempo. 
Decide così di passare l'estate sulla costa ionica, portandosi tutto l'occorrente per studiare e preparare le lezioni universitarie. 
In spiaggia Leda incontra una famiglia numerosa di napoletani: una giovane madre con la figlia piccola catturano la sua attenzione.
L'osservazione della famiglia è l'occasione per ripensare il rapporto con le sue figlie. La Ferrante non nasconde le dinamiche di competizione e incomprensione nate tra loro, rivelandoci il lato B della maternità, quello che segue la tenerezza e la cura dei primi anni. 
L'immaturità che Leda rivela nel racconto del rapporto con le figlie, la cupezza e il senso di claustrofobia che confessa quando parla dell'esasperazione quotidiana che le provocavano le bambine, e in più il gesto incomprensibile che compie nei confronti della piccola Elena al mare, rendono la protagonista indifendibile agli occhi del lettore. 
Una donna che sembra davvero non risolta, che da un lato vuole riscoprire la potenza della sua femminilità, dall'altra si sente sempre un gradino sopra gli altri, forse per questa selvaggia capacità di analisi delle persone che conserva in ogni circostanza.
Mentre leggevo questo libro mi sono fatta delle idee tutte mie sulla Ferrante.
Intanto, i nomi che utilizza ricorrono sempre: c'è sepmre una Elena nei suoi romanzi, quasi sempre accompagnata da un diminutivo (Lena, Lenù, Lenuccia): come se suggerissse al lettore che quelle storie non sono lontane dalla realtà, ma che anzi sono racconti autobiografici.

E poi c'è il rapporto con la sua città, che è una costante nei suoi romanzi. Un background culturale che vorrebbe rinnegare, nel quale la tipizzazione dei personaggi descrive un certo tipo di classe sociale, legate ai clan, ai quartieri, alle grandi famiglie. Molto del suo rapporto con la città è riassunto  nella figura materna. Un amore viscerale e tuttavia un desiderio di affrancamento.

Non so se questa è l'occasione giusta per esprimere l'opinione che mi sono fatta sulla sua identità, ma nell'incertezza approfitto di questo spazio: una famiglia legata alla camorra, trasferita all'estero e con un nome di copertura, per cui  è impossibile all'autrice mostrare il suo vero viso. Ecco spiegato l'irremovibile decisione di nascondersi dietro uno pseudonimo, cosa che ha senz'altro giovato alla casa editrice. Conosce troppo bene certe dinamiche e certe mentalità della Napoli che descrive, per averla dovuta solo immaginare. Magari mi sbaglio, magari no.
A quanto pare con questo chiudo la lettura di tutti i romanzi di questa scrittrice che ho amato tanto, nella quale riconosco la mia città, e rimango in attesa del prossimo lavoro. Prima o poi uscirà.

giovedì 10 marzo 2016

La sarta di Dachau, Mary Chamberlain

Titolo: La sarta di Dachau
Autore: Mary Chamberlain
Pubblicazione: Milano : Garzanti, 2016
Pagine: 320


Prima di iniziare a leggere respirate profondamente.  Tirerete il fiato solo alla fine del libro.
Sono stata travolta dalla storia di questa giovane ambiziosa donna. 
Una ragazza di talento nata nei sobborghi di Londra che fa il grande errore di fidarsi di un uomo. Lo fa perchè affascinata dalla bella vita, dal luccichio delle bei ristoranti e dei bei vestiti, incoscientemente coinvolta in un sentimento che conosce a malapena.
E questo errore lo pagherà molto caro. Per seguire il suo amante si ritrova sul continente, dove la guerra è appena stata dichiarata, e niente potrà tornare come prima.
Un libro che ci fa viaggiare nell'Europa appena entrata in guerra, prima  Parigi, poi in Belgio, infine nei campi di Dachau, dove questa giovane inglese finisce travestita da suora, con un bambino in grembo a cui dovrà rinunciare con dolore,  salvata dal talento che dimostra con ago e filo. Internata come una prigioniera, condannata alla solitudine, cuce abiti per le donne del Reich, di cui lei conosce solo i volti e i corpi, ma mai la vera identità.
Nell'intervista al termine del libro si legge che l'unico elemento storico del libro è il vestito che Eva Braun ha indossato per il matrimonio con Hitler: tutto il resto è puro artificio letterario nato dalla fantasia di questa straordinaria esordiente. 
Una cornice storica molto ben ricostruita che ci fa viaggiare nel dolore di Ada, vittima della guerra e della sua ingenuità. Una donna che combatte, che trova il modo di sopravvivere, che torna in Inghilterra decisa a ricostruirsi una vita, e di nuovo incontrerà uomini sbagliati dai quali non saprà difendersi.
L'ultima parte, quella di un processo che la vede coinvolta, nel quale si evince come la realtà possa essere capovolta e distorta da quella giustizia che avrebbe dovuto difenderla, è forse la parte più emozionante e amara del libro.
Assolutamente consigliato.


domenica 6 marzo 2016

Buona fortuna, Barbara Fiorio


Titolo: Buona fortuna
Autore: Barbara Fiorio
Pubblicazione: Milano : Mondadori, 2013
Pagine: 199

Questo non è un incontro casuale.
Mi avevano parlato di Barbara Fiorio, ma non le avevo mai dato il giusto spazio nella mia wishlist (perché anche lì ci sono delle priorità, non è mica tutto buttato a caso). Poi, qualche giorno fa, un amico mi dice che sta seguendo una scuola di scrittura tenuta da lei, e scatta la scintilla.
Non potevo resistere.
Ecco come scrive una che tiene una scuola di scrittura: benissimo.
Non è sempre necessario affrontare i grandi dolori del secolo per essere un bravo scrittore, si può anche parlare della ricca umanità che ci circonda.
E' quello che fa Barbara Fiorio, con questo libro sulle persone che sfidano la sorte in una tabaccheria, sui gatti, sugli anziani soli, sull'amore finito, sulla città di Genova.
Mi piace quando gli autori amano la loro città: ad ogni pagina c'è una strada, una piazza, un vicolo, un autobus, un quartiere, un modo di dire, un luogo comune da sfatare, un piatto tipico, uno scorcio di panorama.
Il gatto Diesel, poi,mi ha completamente conquistata, e non ho nascosto le lacrime quando l'ha lasciata dopo 15 anni di amore fedele e incondizionato. La Fiorio ha saputo raccontare la sua relazione felina con grande tenerezza, anche se non so se io avrei fatto le sue stesse scelte.
Di relazione, la giornalista protagonista del romanzo, ne deve chiudere un'altra. Con grande ironia descrive se stessa alle prese con una nuova delusione sentimentale: Tormento, il suo fidanzato cervellone in matematica, in realtà è stato un grande bluff, un uomo sfuggente, assente in date strategiche, chiuso alla condivisione dei suoi spazi e delle sue amicizie. Alzo la mano subito, semmai vi state chiedendo se ho saputo immedesimarmi ed essere solidale con Margot.
E infine c'è Caterina, la vecchina che gestisce la tabaccheria che farà poi la fortuna di Margot: un punto di osservazione privilegiato per una giornalista: una vista a 360 gradi sulla realtà e sui personaggi che diventiamo quando cerchiamo di cambiare la nostra vita affidandola alla combinazione dei numeri. 
Caterina è una donna sola, la sua fragilità, la sua serenità, la sua bontà, la fanno subito associare all'idea che tradizionalmente abbiamo di una nonna.
Margot riscopre grazie a lei la sua passione per i supereroi, e nonostante le sue insicurezze emotive con Tormento, sa invece essere determinata e decisa nel difendere questa dolce vecchina, che diventa sua amica e confidente.
Per un caso che non vorrei troppo psicanalizzare, da quando ho perso mia nonna, leggo libri con protagonisti anziani: o il genere piace, o sono io che attraggo inconsciamente questi personaggi over 60.
E poi c'è il giornalismo e la sua frenesia: una caporedattrice esigente e fantasiosa, una giornalista versatile, capace di scrivere del torneo di bocce come di costumi di carnevale a Natale. La buona fortuna di Margot inizia proprio con la rubrica sul quotidiano locale, ispirato dalle persone comuni incontrate in tabaccheria: e proprio questa rubrica sarà l'arma con la quale potrà difendere Caterina dall'ingiustizia.

venerdì 4 marzo 2016

Agatha Raisin e la quiche letale, M.C. Beaton

Titolo: Agatha Raisin e la quiche letale
Autore: M.C. Beaton
Traduttore: M. Morpurgo
Pubblicazione: Milano : Astoria, 2011
Pagine: 257

Questa volta ho fatto le cose per bene: ho iniziato una serie dal primo episodio, e ho scoperto che non sempre è una buona idea.
Si capisce già, infatti, a quali dei coprotagonisti l'autore darà più spazio nei prossimi episodi,  e non so se saprò resistere a non saltare direttamente all'ultimo della serie, per sapere in che modo le cose evolveranno.
Andiamo con ordine: intanto Agatha non è un nome scelto a caso: è chiaro il riferimento alla regina del giallo: la stessa protagonista la nomina spesso tra le sue letture preferite, insieme a Via col Vento, cosa ch ele ha fatto guadagnare un sacco di punti.
Si tratta di una PR di successo londinese andata in pensione molto presto, al culmine della carriera che decide di cambiare vita completamente: si trasferisce in un cottage Carsely (cittadina di fantasia), nel Cotswolds (luogo reale). 
Tutto ha l'apparenza di un luogo da favola, ma niente è come sembra in questo villaggio: personaggi bizzarri lo popolano: rancori malcelati, piccoli e grandi tradimenti sono all'ordine del giorno.
E Agatha, dopo aver sottovalutato le risorse della vita di provincia, ci si trova coinvolta fino al collo, e si trasforma ben presto da  da donna d'affari a Dama di beneficenza.
Anche se nel complesso ho giudicato la narrazione un po' lenta, devo dire che ci sono alcune scene esilaranti: la cena con i Cummgs-Browne, il pullman della congrega che porta tutte le donne ad uno spogliarello maschile, la passeggiata con i Bloxby, il primo incontro con il suo vicino James Lacey, personaggio che non rimarrà a margine, secondo me.

Un giallo simpatico, per niente cruento, che punta tutto sullo humor e che non ha fretta di rivelare la soluzione del caso, ansi direi che si complica strada facendo.
Lettura piacevole, consigliata.

martedì 1 marzo 2016

La libreria dei desideri, Claire Ashby


Titolo: La libreria dei desideri
Autore: Claire Ashby
Traduttore: C. Serretta                              
Pubblicazione: Milano : Newton Compton, 2016
Pagine: 350

Questo libro ha felicemente risposto al mio desiderio di evasione.
Di recente ho affrontato delle belle letture, qualcuna impegnata dei contenuti, qualcuna dallo stile ricercato, e adesso avevo voglia di qualcosa che mi svuotasse la testa. Credo fermamente nei libri terapeutici, e questo rientra perfettamente nella categoria. Un libro leggero, da leggere in poche ore, che non mi parlasse di tragedie storiche, che non mi accollasse il peso di un dolore e di una relazione non risolta.
Vi dirò subito che i libri in sé sono nominati poco, nessun riferimento letterario, pochissimi i titoli citati: se Meg avesse lavorato in una boutique non sarebbe poi cambiato molto. Però, certo, in copertina figurava meglio una libreria, e la copertina nella scelta di un libro ha la sua determinate importanza.
Una bella storia d'amore, dove Meg deve fare  i conti con i fantasmi del passato, l'abbandono della madre, un dolore che non riuscirà a superare se non andando in fondo e scoprendo la verità su di lei. E poi ci sono le ferite di lui, molto più evidenti, che però aprono il mondo a quanto cambi la vita e la prospettiva delle cose dopo aver vissuto al guerra. Dietro le ferite e il dolore Theo si rivela un affidabile gentiluomo, un bel principe azzurro.
Si fanno forza l'un l'altro questi protagonisti, vincono le loro insicurezze, si danno appassionatamente l'uno all'altro. Anche troppo, se è per questo. Qualora mia figlia prima dei 18 anni decidesse di leggerlo, credo che un paio di capitoli li farei magicamente sparire dall'ebook.
Ci sono poi una serie di personaggi secondari, tra cui la migliore amica. Non c'è niente di più bello nella vita di avere una migliore amica.
"I più bei momenti della nostra vita sono ancora più speciali se abbiamo la possibilità di condividerli con un vero amico".
Ecco un tasto che non doveva toccare, ho ancora una ferita aperta su questo punto.

E poi c'è la maternità. La protagonista ha solo 24 anni, e non ha un fidanzato. E quello che aveva non era il padre. Ma Meg vive la sua maternità con un pizzico di incoscienza e molto coraggio. La narrazione in prima persona aiuta ad entrare nel turbine dei suoi pensieri e delle sue emozioni.
Insomma un amore combinato con tanti elementi, una bella miscela che mi ha  piacevolmente coinvolta e soddisfatto il mio desiderio di leggerezza.
Quello che doveva fare, questo libro lo ha fatto bene.

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