giovedì 28 aprile 2016

Il colore viola, Alice Walker

Titolo: Il colore viola
Autore: Alice Walker
Traduttore: Marisa Caramella
Pubblicazione: Milano : Frassinelli, 1996
Pagine: 313

Premio Pulitzer 1983

America, poco dopo la fine della guerra di secessione.

Sapevo che avrei sofferto con questo romanzo, che non avrei passato ore spensierate. Pur non avendo visto il film, la fama ha preceduto questa lettura, ed ero così  preparata ad un'avventura nel dolore.
Un romanzo epistolare che raccoglie le lettere della protagonista Celie a Dio e poi alla sorella Nettie. La prima parte di questa storia è davvero molto amara.  Celie è una ragazza rassegnata alla violenza: ha subito stupri in famiglia, è costretta ad abbandonare i suoi figli, è data in moglie ad un vedovo al solo scopo di tenergli i numerosi figli e badare alla casa. Pur nell'umiliazione le sue lettere a Dio non tradiscono mai un minimo desiderio di ribellione, solo la volontà di obbedire per scomparire. Lo stile della Walker, che fa raccontare a Celie con naturalezza ciò che le accade, come se fosse tutto nella normalità, mi ha costretta a mettere da parte la rabbia che pensavo di provare. Quello che è prevalso nella lettura è piuttosto la compassione per questa ragazza, il desiderio di scomparire assieme a lei.
L'impressione generale sulla società descritta è quella di una comunità di neri affrancata dalla schiavitù, cosa di cui va talmente orgogliosa da rifiutarsi di lavorare per i bianchi, ma nello stesso tempo legata ancora a forme ancestrali e violente di convivenza.
La seconda parte del romanzo è il  riscatto della protagonista.  Due figure femminili subentrano portando un po' di luce nella sorte di Celie, che dalla scoperta dell'affetto sincero comincia il suo affrancamento dall'oppressione degli uomini che finora ha incontrato. La prima di queste figure è Miss Sug, amante del marito, donna emancipata e aperta, che rappresenta per Celie la figura materna che le è mancata. La ragazza scopre l'amicizia, la tenerezza, l'amore disinteressato che non ha mai avuto, e dunque anche la sofferenza interiore, dopo aver subito per tanto tempo quella fisica.
La seconda donna è la sorella Nettie, che, ingannata dal marito,  aveva creduto perduta, e di cui invece ritrova le numerose lettere che non le erano mai state consegnate. La scopre felice missionaria in Africa, con una famiglia, e i due bambini che aveva avuto dal patrigno e di cui aveva perso le tracce. E l'amore tra le due sorelle, ostinato nonostante la mancanza di risposte, tanto incondizionatao da fare da madre l'una ai figli dell'altra, è il tratto più commovente del libro. La sorella ha trovato l'amore totale in un uomo, e quello materno crescendo i figli di Celie, e questo alimenta una speranza in lei: quella di una salvezza possibile, di un luogo nel quale essere felici non ha un prezzo da pagare.



mercoledì 20 aprile 2016

L'ultimo treno per Istanbul / Ayşe Kulin

Titolo: L'ultimo treno per Istanbul
Autore: Ayşe Kulin
Traduttore: L. Di Maio
Pubblicazione: Milano : Newton Compton, 2015
Pagine: 333

Un romanzo corale: una storia, tante voci diverse.
Una storia affascinante, ispirato a fatti realmente accaduti, che fanno luce su un aspetto poco noto dell'olocausto.
Ambientato tra la Turchia e la Francia, racconta la storia di tante famiglie ebree emigrate da un Paese all'altro, che il governo turco tenta in ogni modo di salvare riportandole nel loro Paese d'origine. 
Confesso che non ricordavo la posizione della Turchia durante il secondo conflitto mondiale, e ho dovuto, durante la lettura, consultare più volte le voci di Wikipedia per seguire bene i passaggi sugli equilibri diplomatici raccontati nel libro. Gran parte della narrazione infatti segue la difficoltà e la fatica del ministero degli esteri della Turchia per mantenere la neutralità tra Germania e Inghilterra, entrambe intenzionate a trascinare la repubblica  in guerra. 
Per una volta, insomma, i Turchi si liberano dai luoghi comuni e mostrano il lato umano e onesto del loro popolo. Per tutto il libro la loro neutralità e la loro laicità saranno il faro di salvezza del popolo ebreo oppresso e perseguitato dai nazisti.
Cuore del romanzo è la storia di due sorelle, figlie benestanti di una prestigiosa famiglia musulmana. Entrambe belle e colte, cresciute frequentando scuole private, imparando le lingue e pronte a vivere appieno la  nuova cultutra laica e aperta della Repubblica. Selva, la più piccola, scoprirà presto le contraddizioni di un Paese  non ancora realmente pronto alle novità: quando presenta il fidanzato ebreo alla famiglia si scatena il putiferio. Il padre la rinnega, e a lei al futuro marito non rimane che partire per Parigi, e poi stabilirsi a Marsiglia. Lo scoppio della guerra e l'occupazione nazista della Francia mette in serio pericolo la vita di Alfandari.
La storia delle due sorelle, emblematica sia a livello umano che politico (l'una ligia alle tradizioni, l'altra più ribelle, anche se entrambe hanno qualcosa di non risolto che le accompagna), si unisce a tante altre, dando vita ad un romanzo con tanti protagonisti, di cui viene raccontata la storia e il punto di vista, creando un forte legame con il lettore, che non può non sentirsi partecipe e fare il tifo per la salvezza di ognuno di loro.
Credo, però, che qualcosa non abbia funzionato nella traduzione. Alcune scene sembrano troncate: per esempio quando Selva si precipita per le scale vedendo i nazisti che portano via il marito per strada lasciando il bambino solo a dormire; oppure quando Marcel fa lo sgambetto agli ufficiali delle SS sul treno per Istanbul. Si ha la sensazione che dovessero avere delle conseguenze, invece rimangono lì, in sospeso.
Anche sullo stile ho qualcosa da dire: l'impatto è quello di un romanzo scorrevole, forse un po' superficiale; superate le 50 pagine si entra nel cuore della storia e allora il romanzo comincia ad appassionare.

martedì 19 aprile 2016

Wintergirls, Laurie H. Anderson

Titolo: Wintergirls
Autore: Laurie H. Anderson
Traduttore: T. Lo Porto
Pubblicazione: Milano : Giunti, 2013
Pagine: 352

Un libro assolutamente fuori dal mio genere, letto per la sfida di lettura a cui partecipo, che non ha mancato di destare qualche perplessità.
Argomento protagonista: anoressia. Tema non facile, trattato scendendo negli abissi di una giovane anima completamente disorientata e persa.
Lia ha appena saputo che la sua amica Cassie è morta, da sola in un hotel; non si sentivano da qualche mese, ma poche ore prima di morire Cassie aveva provato a chiamarla, per ben 30 volte, senza ricevere risposta.
Lia e Cassie si erano conosciute bambine, e avevano attraversato iniseme l'età che per per tutti noi è la più fragile, quella dell'adolescenza. Legate dalle confidenze, dall'amicizia e da una perversa complicità che le ha intrappolate in un patto suggellato col sangue, chiuse a qualsiasi insinuazione esterna, condannandole alla solitudine.
L'autrice procede per immagini, quasi sempre truculente, con riferimenti a sangue, tagli e interiora umane. Non sono altro che le priezioni dei pensieri di Lia, che non riesce a pensare se non in questi termini.
E' un libro che tiene incollati alle pagine, divorato in due sere: non potevo smettere di fare il tifo per questa giovane ragazzina che vedevo prosciugarsi davanti ai miei occhi. Riconoscevo in lei l'accanita lettrice, la ragazza che sa lavorare a maglia, un'affettuosa sorellastra, un pallido desiderio di innamorarsi, una ragazza che non vive solo di abissi e lune nere. E per tutta la lettura non facevo altro che chiedermi perchè, qual è l'origine dei pensieri bui di un adolescente. La famiglia, si dice di solito. Eppure questa non è una famiglia pessima: certo, c'è una madre carrierista e un padre donnaiolo, ma entrambi dimostrano di amare la figlia, pur avendo fattto degli errori. In raltà non c'è una colpa, a nessuno e a niente viene attribuita una responsabilità c'è solo un come: come si precipita nell'abisso, come sia difficile trovare pensieri positivi che aiutino a risalire. C'è una pallida affettività, sincera da parte di Lia, verso questa sorellastra minore, figlia del padre, ma che non le impedisce comunque di autoflagellarsi. 
L'immagine più inquietante del libro è lo spettro di Cassie, che compare ovunque, che le rinfaccia di tutto, che la spinge a scendere sempre più in fondo.
Ne sono uscita molto provata, intanto perchè non ho trovato delle risposte, senz'altro perchè ho una figlia di nove anni, infine perchè le immagini usate sono difficilmente dimenticabili.
Nonostante sia definito uno young adult non mi è sembrato un libro per ragazzine.

giovedì 14 aprile 2016

L'amante giapponese, Isabel Allende

Titolo: L'amante giapponese
Autore: Isabel Allende
Traduttore: Elena Liverani
Pubblicazione:  Feltrinelli, 2015
Pagine: 245
Collezione: I Narratori

Lo dicevo io che i libri si chiamano tra loro.
Dopo una storia di salvezza e redenzione dagli orrori dell'olocausto, eccone un'altra. Un'altra storia che inizia con la partenza di una piccola bambina polacca, di soli otto anni.  Alma Mendel trova la salvezza in America, presso un ricco zio e la sua famiglia. E da qui, da questa villa californiana, che parte l'epopea della sua vita. Una vita vissuta molto intensamente, con pochi rimpianti e un grande amore.
Il romanzo parte da una residenza per la verità molto più modesta, una casa per anziani, sebbene ben organizzata e dignitosa, nella quale Alma decise di passare gli ultimi anni della sua vita. Incontra qui Irina, una giovane moldava cui chiede di prendersi cura di lei. Anche Irina ha un passato molto vissuto alle sue spalle, ma con pochissimo amore e molto orrore.
La storia procede parallelamete presentandoci le due protagoniste.
L'impatto emotivo del libro è molto forte: la Allende sa bene che corde toccare per fare breccia nel lettore.
Il viaggio temporale che parte dalla seconda guerra mondiale descrive un volto oscuro dell'America: quello dei campi di concentramento e del razzismo verso i Giapponesi, quello immondo della pedopornografia e tocca argomenti scottanti e irrisolti: eutanasia, aborto, tradimenti, omosessualità. Non ci risparmia niente questa storia: ci propone ad ogni pagina una nuova emozione: una volta ci travolge con l'amore assoluto tra Ichimei e Alma, ci intenerisce con la storia di Nathaniel, il marito-cugino, cui la lega una profonda amicizia e molta stima, ma ben poca passione, ci fa vibrare di rabbia per la storia di Irina, ci inorridisce con la descrizione dei campi  per giapponesi, e ancora di più per gli accenni alle perverse fantasie dei pedofili.
E ancora, ci fa sperare in un amore da Cenerentola per Irina e Seth, commuovendoci con questo paziente corteggiamento, che sa rispettare e attendere.
Forse è un po' troppo però. Sotto le speglie di uno stile scorrevole e semplice il lettore è messo di fronte a troppe emozioni e troppe decisioni. Troppe volte mi sono immedesimata nei personaggi e ne sono uscita bruscamente quando mi si presentavano scottanti tematiche trattate in poche righe, date per scontate e banalizzate.
E poi, questo triangolo amoroso: troppo facile, eh. Troppa accondiscendeza per essere un amore proibito: sembrava lo sapessero tutti e andasse bene a tutti. Eh no: se la storia d'amore totalizzante ed eterna deve essere al centro di un romanzo, allora pretendo che non si soprassieda al lato b della  passione , ovvero sulla sofferenza che essa comporta. Onestamente, mi é sembrato che la vita che si sono scelti stava bene un po' a tutti: amanti, coniugi, nipoti etc.
L'ho apprezzato più come romanzo storico che come vibrante storia d'amore, anche se ammetto che le descrizioni degli incontri clandestini sanno davvero emozionare. La scrittura dà il meglio di sè nelle rievocative immagini dei grandi dolori del 20. secolo, ma che perde punti proprio in quello che doveva essere il suo punto di forza, le storie d'amore delle protagoniste.

lunedì 11 aprile 2016

La pianista di Vienna, Mona Golabek

Titolo: La pianista di Vienna
Autore: ,
Traduttore: Anna Carbone
Pubblicazione: Milano : Sperling & Kupfer, 2016
Pagine: 307

Un libro che mi ha conquistata piano piano.
Non è stato amore alla prima pagina, ho dovuto aspettare per subire il fascino di questa storia.
Lisa Jura è una piccola ebrea scampata all'olocausto. Dopo la notte dei cristalli a Vienna,  grazie alla Kindertransport, un'associazione che si adopera per mettere in salvo i bambini dalla persecuzione nazista,  parte con un treno diretto in Inghilterra. Il romanzo fa luce su un aspetto poco esplorato nei libri che trattano di olocausto: la vita di tutti quei bambini che riescono a fuggire, e di tutto ciò che li aspetta.
La consapevolezza che non sarebbe più tornata a casa accompagna Lisa fino a destinazione. 
In Inghilterra trova chi si occuperà di lei: una casa famiglia per bambini rifugiati , la Willesden Lane, diventerà la sua nuova famiglia. Una famiglia atipica, con una grande madre, la signora Cohen, severa ma affettuosa,  e tanti coetani accomunati dalla stessa storia e dalle stesse ferite.  
Lisa si ritrova sola ad affrontare il mondo. Il ricordo della sua famiglia d'origine non l'abbandonerà mai. A tenerla legata al pensiero della madre lontana c'è l'amore per la musica e il pianoforte. 
La ragazza ha un vero talento. 
Il pianoforte della Willesden Lane diventa il suo rifugio, e la costante compagnia delle serate con i suoi nuovi amici. La sua musica li consola e li conforta anche durante i bombardamenti che subisce Londra negli anni '40. Molte scene mi hanno ricordato molto "La bambina che salvava i libri": anche per lei  e per chi le stava intorno l'immaginazione, il vagare della mente, diventava un necessità durante le fughe nei rifugi che proteggevano dalle bombe.
I pensieri di Lisa durante le esecuzioni al pianoforte sono tra i passi più belli del libro: la forza e la passione che mette nella musica sono direttamente proporzionali alle emozioni che prova nei ricordi della sua terra e della sua famiglia.
Grazie alla sua determinazione, al talento, e alla collaborazione dei ragazzi del centro, Lisa riuscirà a realizzare il suo sogno. Il sogno di Lisa è vissuto da tutti i ragazzi con sincero affetto: il mondo di questa ragazza è fatto anche di primi amori, delusioni, civetterie, confidenze, piccole rivalità tra coetanei.
Nel racconto di Lisa  viene fuori il ritratto di un una Londra anni '40, che tra bombardamenti,voglia di ripresa, riscoperta di patriottismo, desiderio di svago e divertimento nei caffè, affronta una guerra dolorosa e lacerante.
Tra i  momenti più toccanti del romanzo c'è la scoperta di quanto era successo agli ebrei sul continente durante la guerra: affiorano quelle atrocità inimagginabili che fanno venire la pelle d'oca anche al lettore che le conosce.
Lo stile molto scorrevole della traduzione non mi ha conquistato subito: dalle prime pagine l'ho giudicato un po' superficiale. Invece la storia di Lisa è molto emozionante, anche perchè raccontata dalla figlia, talmente emozionante da non riuscire a nascondere le lacrime. Quello che forse è mancato un po' è stato lo scavare nella personalità di Lisa: ne viene fuori una giovane donna determinata ma anche vanitosa, che va rendensosi conto del potere che può esercitare sugli uomini. Il tutto rimane un po' sospeso, però, affidato all'intuizione del lettore: mi sarebbe piaciuta qualche parola in più sul passaggio dallamragazzina che era alla donna che è diventata.

martedì 5 aprile 2016

Le attenuanti sentimentali, Antonio Pascale

Titolo: Le attenuanti sentimentali
Autore: Antonio Pascale
Pubblicazione: Torino : Einaudi, 2013
Pagine: 232


"Nato a Napoli, per un accidente, ma sono vissuto a Caserta fino al 1989. Però Napoli non perdona: se nasci lì, anche se ci stai due giorni, sei di Napoli."

Si presenta così Antonio Pascale, con questa che mi sembra la frase più emblematica dell'intero libro.
Ad oggi è senz'altro uno dei nomi di punta della scuderia partenopea di Einaudi, la sua scrittura non riesce a prescindere nemmeno per una virgola dalle sue origini.
Il punto di vista del maschio meridionale, descritto molto bene nelle prime pagine, è anche il punto di partenza del libro: uomo conquistatore e capofamiglia, un essere assolutamente in estinzione, come dimostra molto bene il protagonista nelle sue diamiche familiari. 

"Questo non è un romanzo, è un giro in bicicletta". 

Senza andare troppo lontano con la fantasia, l'autore racconta di sè stesso, alle prese col blocco dello scrittore: a distanza di sei anni dall'uscita dell'ultimo libro, decide di inventarsi un documentario sui sentimenti dal titolo "C'è nevrosi tra noi".
Il libro, perciò, raccoglie una gallerie di personaggi e pareri contemporanei sulla vita sentimentale ed erotica, ma non solo: si discute di OGM, di biologico, di inquinamento, di pioggia.
Senz'altro il discorso che ho apprezzato di più è stato quello sulla manutenzione delle cose, come metafora dei rapporti. Ne riporto una breve battuta, ma le tre paginen meritano la lettura:

"Quando io parlo di manutenzione, nessuno mi ascolta, soprattutto le donne: e come sei ragionevole, un uomo deve divertirtsi, far follie, soffrire, e tu mi vieni a parlare di manutenzione? E vorre appunto dirlo a quella signora che in mezzo al fiume si lamenta dei tombini otturati: la capite la mancanza di manutenzione?"

L'ironia è senz'altro il motivo costante della narrazione, sotto la cui luce i rapporti umani vengono scandagliati e minuziosamente analizzati, mettendone a nudo la fragilità, qualche volta con arguzia, altre volte scadendo un po' nel già sentito (come quando parla del tradimento).
Ne viene fuori anche un bel ritratto di Roma,dei suoi parchi, dei suoi locali, la sua borghesia, i suoi nuovi inquilini fuorisede.
Il racconto è pieno di aneddoti che vivacizzano il risultato, anche se la protagonista assoluta mi è sembrata la Parola. A me, che non avevo letto niente  di suo, ha ricordato molto lo stile di De Silva: logorroico, eccessivo, pretestuoso. Un libro che si parla addosso. Può risultare divertente, ma forse letto non tutto d'un fiato. Un libro che, messo sul comodino, si può gustare a poco a poco, per sorridere un po' sulle proprie imperfezioni, o per riflettere a piccole dosi.

domenica 3 aprile 2016

Urla nel silenzio, Angela Marsons

 
Titolo: Urla nel silenzio
Autore: Angela Marsons
Traduttore: A. Ricci
Pubblicazione: Newton Compton, 2016
Pagine: 351

Un bel giallo, molto ben costruito.
Ambientato in Inghilterra, ha per protagonista la detective Kim Stone, una donna determinata e audace, un po' mascolina, sicuramente molto coraggiosa.
Per come l'autrice ci guida nella storia prevedo l'inizio di una serie. I personaggi della squadra di polizia che si occupano di questo caso sono ben descritti, anche nei loro contesti familiari, e si tratta di un team molto affiatato, con ruoli e dinamiche ben distribuiti.
La storia gira intorno ad un orfanotrofio femminile, abbandonato a causa di un incendio: nel terreno che lo circonda, oggetto di scavi archeologici, viene ritrovato uno scheletro, poco dopo un altro, e un altro ancora. Si fa presto a intuire che si tratta di corpi di tre ragazze misteriosamente scomparse anni addietro all'orfanotrofio.
Così le indagini seguono da un parte la ricerca delle sopravvissute per ottenere informazioni sull'identificazione di quelle scomparse, e dall'altra la ricerca dello staff che lavorava nella struttura.
Il caso vuole che quattro su sei membri di quello staff vengano uccisi proprio nella stessa settimana che dà inizio allo scavo.
Questo l'intreccio, ma la storia acquista fascino per la luce che getta sulla vita nelle strutture come Crestwood. Giovani ragazze vengono parcheggiate in istituti simili dopo un'infanzia certo non facile: genitori violenti o malati di mente, o semplicemente talmente anaffettivi da non volerle tra i piedi. In orfanotrofio diventano numeri, figure completamente anonime, che non suscitano l'interesse sincero e affettivo di nessuno. Ognuna di loro rimane segnata da un'esperienza del genere, qualcuna in maniera irreversibile: la storia delle gemelle è forse quella più esemplare e geniale tra tutte. 
In tutto questo squallore tuttavia emerge la speranza: non mancano personaggi puliti e voglia di riscatto.
La stessa detective ha un passato in una struttura simile: conoscere l'origine della durezza di questa donna poliziotta sicuramente è un punto a vantaggio della protagonista e non manca di avere un effetto empatico sul lettore.
Non sono una lettrice facilmente impressionabile, perciò ho apprezzato molto i colpi di scena e le descrizioni scientifiche del libro, anche quando potevano sembrare macabre; molto affascinanti i pensieri in corsivo dell'assassino.
Finale non scontato; fino all'ultimo ho sbagliato assassino. E credo proprio che leggerò i prossimi appuntamenti della serie.