lunedì 18 luglio 2016

Qualcosa di vero, Barbara Fiorio

Titolo: Qualcosa di vero
Autore: Barbara Fiorio
Pubblicazione: Milano : Feltrinelli, 2015
Pagine: 224

Barbara Fiorio mi piace. So che scrive bene, che le sue storie, anche se non trattano di massimi sistemi, trattano di varia umanità.
Parto per questa lettura ben predisposta.
Giulia è una single pubblicitaria quarantenne che, per caso, stringe amicizia con la piccola novenne vicina di casa. Intenerita dalla solitudine della bambina, che passa le sue serate da sola senza la madre, Giulia pensa bene di farle compagnia raccontandole delle fiabe. Non quelle edulcorate e melense, frutto del rimaneggiamento della Walt Disney, ma quelle originali, dai finali truculenti e dei bambini insaguinati e cattivi.
E questo è il tratto originale del libro: la versione sconosciuta delle fiabe con cui siamo cresciuti noi, bambini negli anni '70-'80. 
Questa abitudine serale, che sembra del tutto innocua, innesca delle piccole conflittualità nella classe della piccola Rebecca, che scopre di avere tante compagne invidiose e attacabrighe, e un unico vero amico, il suo compagno di banco, Daniele, che disegna draghi e battaglie.
L'amicizia è il tema portante del libro. Quella tra bambini: crudele più di quanto possano raccontare le vere favole, o sincera e senza riserve, come quella del piccolo Daniele. Quella tra Giulia e Rebecca, un'amicizia anomala, con trent'anni di differenza, che nasce nella diffidenza e finisce nella piena fiducia. E poi l'amicizia tra Giulia e Lorenzo, il suo collega, o forse qualcosa di più. Infine, quella solidale, verso la madre di Rebecca, vittima di violenza, che trova un porto sicuro proprio in quei vicini inizialmente distanti.
Ho  trovato un po' stucchevole la prima parte del libro, nella quale questa novenne dimostra una maturità impropria per la sua età, cedendo al clichè della finta bambina, che capisce e comprende molto più degli adulti. La seconda parte, con le vicende legate alla violenza domestica, almeno acquisisce quel pathos che manca per il resto del libro. Personaggi un po' piatti, senza troppa personalità.
La Fiorio continua a piacermi, non dico di no, ma l'ho preferita in Buona fortuna, dove ha fatto decisamente di meglio.

giovedì 7 luglio 2016

Le ore, Michael Cunningham

Titolo: Le ore
Autore: Michael Cunningham
Traduttore: Ivan Cotroneo
Pubblicazione: Milano : Bompiani, 2001
Pagine:  192
Premio Pulitzer 1999

Quando voglio una lettura impegnativa, spulcio tra i titoli del premio Pulitzer. So di trovare argomenti forti, poco scontati, so che dimenticherò per qualche giorno che esiste una letteratura leggera e romantica. 
Ogni tanto ci vuole.
Questa volta il romanzo mi era stato consigliato da un'amica che predilige scritture più leggere, e la cosa mi ha tratta in inganno, a questo punto non so se sui gusti reali della mia amica, o sulle aspettative che avevo sul libro.
La storia di tre donne, lontanissime tra di loro, diverse per età, condizioni sociali ed epoca di appartenza, hanno un unico fil rouge che le unisce: un libro. Si tratta di "Mrs. Dalloway" di Virginia Woolf, che diventa, tra l'altro, una delle protagoniste del romanzo. Il trait d'union rappresentato dal romanzo della Woolf è anche la forza di questo di Cunningham: siamo sempre lì: il potere della letteratura di marcare le vite di persone lontane nel tempo e nello spazio.
Conosciamo Virginia Woolf negli ultimi giorni della sua vita, confinata in campagna a causa della sua malattia, proprio mentre scrive il suo ultimo romanzo e combatte con la sua malattia, i suoi mal di testa e le sue inquietudini.
Come nel romanzo della Wolf, anche un'altra delle protagoniste, Clarissa Vaughan, editor di successo, sta organizzando una festa per il suo ex amante, Richard. E' lui che le ha dato a Clarissa  il soprannome della protagonista della Woolf.
Infine c'è Laura Brown. Una donna degli anni '50, appassionata lettrice (ha appena iniziato il romanzo della Woolf), sposata con un reduce di guerra: hanno un bambino di tre anni, e un altro in arrivo.
Si tratta di blocchi descrittivi. Non è tanto quello che succede a queste tre donne: viene ritratta la loro vita, come se fosse il dipinto di un quadro mobile, dove dei protagonosti conosciamo, oltre le fattezze, anche i gesti e i pensieri. E ne vengono fuori dei quadri di insoddisfazione, di leggera infelicità. Nessuna delle donne è quello che voleva essere. Ognuna di loro sente di aver tradito qualcosa di se stessa. Ecco cos'è in definitiva questo romanzo: un trittico sull'angoscia del vivere.
Credo di essere arrivata a questa lettura del tutto impreparata: aver letto prima il romanzo della Woolf mi avrebbe aiutata a gustare meglio i rimandi e le citazioni letterarie del testo originale. Forse avrebbe potuto aiutarmi anche il film (The Hours, 2002, diretto da Stephen Daldry, con Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep), magari a trovare una chiave meno pessimista. 

"Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli in Canada; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili."

mercoledì 6 luglio 2016

Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso

Titolo: Scrivere è un mestiere pericoloso
Autore: Alice Basso
Pubblicazione: Milano : Garzanti, 2016
Pagine: 312


Andavo, con questa lettura, sul sicuro. E' un po' così quando conosci già i personaggi. Vani, la giovane ghostwriter, neanche tanto orgogliosa di esserlo, consulente del commissario Berganza, è alle prese con la scrittura  di un libro di cucina in collaborazione con una patinata blogger.
Si tratta di intervistare l'ormai anziana storica cuoca di una prestigiosa famiglia di imprenditori tessili. Tra ricordi legati alla vita quotidiana e ricette di casa, viene fuori una bizzarra confessione di un delitto avvenuto motli anni prima e, apparentemente, già risolto.
Ed ecco due buoni motivi per frequentare meglio il commissario, per il quale facevo il tifo dallo scorso romanzo. Beganza, insospettabile talento in cucina, si offre galantemente di aiutarla con le ricette, in cambio di una stretta collaborazione sulla confessione che sembra rimescolare le carte dl caso già archiviato.
Questa la trama principale, alla quale si affianca la scrittura di una canzone, cui Vani cede per pura amicizia con l'adolescente vicina di casa, il caso del nipote sedicenne di Berganza, un corso di autodifesa, la ricomparsa del suo ex, Riccardo, scrittore di successo, vari flashback sulla sua infanzia.
Che Alice Basso scrivesse bene, era già una certezza: è ironica, divertente, tratteggia i personaggi a tutto tondo, lascia indizi qua e là per orientare il lettore più attento, ma sa dosarli in misura giusta, per non rovinare la soluzione finale al giallo. E poi c'è l'ingrediente letterario, che per una lettrice compulsiva, è davvero la ciliegina sulla torta. Questo continuo citare e rimandare a romanzi, personaggi, generi, letture affrontate ad una certa età, è una vera goduria sia quando si sa bene di cosa si parla, sia quando non lo si sa, ma lo si vorrebbe sapere.
Troviamole un paio di difetti allora: Vani, per esempio. Pensavo avesse imparato un po' di mobidezza dalla scorsa avventura, invece l'ho ritrovata di nuovo eccesivamente arroccata a sé stessa.
Punto due: troppo  lungo, in alcuni punti allunga il brodo: 300m pagine sono troppe.
Quello che è sicuro, è che ci sarà un seguito: non ci può lasciare così, con quello sguardo premonitore di cose belle. Appettiamo il terzo, allora, per sospirare un po', tanto per dare un posticino anche alla Jane Austen che, pur nascosta da qualche parte, magari seppellita sotto i vari russi tanto amati da Vani, può sempre tornare alla ribalta, almeno spero.


lunedì 20 giugno 2016

La storia di un matrimonio, Andrew Sean Greer

Titolo: La storia di un matrimonio
Autore: Andrew Sean Greer
Traduttore: Giuseppina Oneto
Pubblicazione: Milano : Adelphi, 2008
Pagine: 224

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo.
Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte la mattine: ero una moglie attenta.
Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?



Ditemi se c'è un incipit più ammaliante di questo.
Mi ha conquistata subito.
Una prosa elegante, sofisticata. Non ho mai evidenziato tanto il mio Kobo cme con questo romanzo. Ogni pagina ci regala una perla.
Non credevo onestamente che l'autore fosse così giovane; sono rimasta stupita quando l'ho visto su google, credevo fosse una riedizione di un romanzo anni '30.
Un tema delicatissimo, come lo è l'equilibrio e il non detto di due persone che percorrono lo stesso cammino.
Tutto è vissuto dal punto di vista femminile. Una vita che sembra normalissima, una moglie premurosa, un marito molto silenzioso. All'improvviso, a rompere l'equilibro, un vecchio amico di lui che irrompe nelle loro vite proponendosi come amico di famiglia. E il vaso di Pandora si scoperchia.
Niente sarà come prima per lei, che inizia  a conoscere il marito in una prospettiva del tutto nuova. Cosa vuole veramente suo marito, cosa desidera.
Anche il lettore è costretto a decostruire una personalità, e poi a ricostruirla pezzo per pezzo, frammento per frammento.

L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se l’abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo. E meno lo conosciamo, più l’amiamo, ovviamente.

Non vi aspettate un romanzo che vi terrà incollati alle pagine, e non c'è neanche niente di romantico e appassionato. Al contrario: delicatezza e pacatezza sono i punti di forza di questa scrittura, che riflette per tutto il libro su cosa è un legame, e su chi sono i suoi protagonisti. Qualche volta vi stancherà, ma saprà riprendersi con  qualche colpo di scena, e vi stupirà sul finale.
Cinque stelle.

venerdì 17 giugno 2016

La figlia perfetta, Anne Tyler

Titolo: La figlia perfetta
Autore: Anne Tyler
Traduttrice: Laura Pignatti
Pubblicazione: Milano : Guanda, 2007
Pagine: 291




Le vite di due famiglie si intrecciano al'aeroporto di Baltimora, mentre aspettano l'arrivo delle due piccole figlie adottive dalla Corea. Da quel momento le due giovani coppie cominciano a frequentarsi, conoscersi, e inevitabilmente, paragonarsi. 
L'una di orgine iraniana, l'altra americana: si guardano, si confrontano, spesso si giudicano, provano a comprendersi. Molti i protagonisti, di cui si raccontano il passato, i pensieri attuali, le insicurezze. 
Questa coralità, però, non riesce ad essere un punto di forza, bensì di frammentarietà. La storia, che pure avrebbe dei temi importanti da raccontare, come l'integrazione, la maternità adottiva, l'educazione, la cultura americana vista dagli immigrati, si perde poi in una miriade di racconti quotidiani e nella moltitudine di personaggi. L'impressione finale della lettura è che sia leggermente inconcludente. 
Scritto molto bene, forse un po' lento nella seconda parte, originale nelle sue riflessioni, ha il difetto di non mantenere quello che promette. Pur conoscendo bene la delicatezza dell'autrice, che rimane tra le mie preferite, mi aspettavo, forse ingannata dal titolo, più pathos, più conflitto. Invece no, tutto sembra scorrere nell'apparente tranquillità, senza colpi di scena, soltanto la penna dell'autrice ci suggerisce i moti dell'animo dei personaggi.
Tra tutti, la protagonista più complessa, con mia grande sorpresa, è stata la nonna iraniana, Maryam, l'unica di cui è difficile decifrare gli atteggiamenti. In lei, più che in altri personaggi, vive il conflitto dell'integrazione, ma sempre con levità, senza enfasi.
Non è certo un romanzo che entusiasma, rimaneper me uno in più letto della mia autrice preferita.