venerdì 11 marzo 2016

La figlia oscura, Elena Ferrante

Titolo: La figlia oscura
Autore: Elena Ferrante
Pubblicazione: Roma: E/O, 2011
Pagine: 145


Chi ha già letto la Ferrante, non potrà fare a meno di avere un deja vu.
Se non fosse che la pubblicazione della quadrilogia è successiva a quella di questo volume, direi che si tratta di una costola degli ultimi due volumi della quadrilogia dell'Amica geniale.
C'è una docente univesitaria, Leda, napoletana, che ha studiato a Firenze, che ha sposato un docente universitario, con due bambine, divorziata, le cui figlie ormai grandi raggiungono il padre in America. 
Con qualche leggerissima variante è la storia di Elena, protagonista de L'amica geniale. 
Il romanzo parte proprio dalla partenza delle figlie per il Canada: Leda ha 48 anni, e si ritrova a essere padrona del suo tempo. 
Decide così di passare l'estate sulla costa ionica, portandosi tutto l'occorrente per studiare e preparare le lezioni universitarie. 
In spiaggia Leda incontra una famiglia numerosa di napoletani: una giovane madre con la figlia piccola catturano la sua attenzione.
L'osservazione della famiglia è l'occasione per ripensare il rapporto con le sue figlie. La Ferrante non nasconde le dinamiche di competizione e incomprensione nate tra loro, rivelandoci il lato B della maternità, quello che segue la tenerezza e la cura dei primi anni. 
L'immaturità che Leda rivela nel racconto del rapporto con le figlie, la cupezza e il senso di claustrofobia che confessa quando parla dell'esasperazione quotidiana che le provocavano le bambine, e in più il gesto incomprensibile che compie nei confronti della piccola Elena al mare, rendono la protagonista indifendibile agli occhi del lettore. 
Una donna che sembra davvero non risolta, che da un lato vuole riscoprire la potenza della sua femminilità, dall'altra si sente sempre un gradino sopra gli altri, forse per questa selvaggia capacità di analisi delle persone che conserva in ogni circostanza.
Mentre leggevo questo libro mi sono fatta delle idee tutte mie sulla Ferrante.
Intanto, i nomi che utilizza ricorrono sempre: c'è sepmre una Elena nei suoi romanzi, quasi sempre accompagnata da un diminutivo (Lena, Lenù, Lenuccia): come se suggerissse al lettore che quelle storie non sono lontane dalla realtà, ma che anzi sono racconti autobiografici.

E poi c'è il rapporto con la sua città, che è una costante nei suoi romanzi. Un background culturale che vorrebbe rinnegare, nel quale la tipizzazione dei personaggi descrive un certo tipo di classe sociale, legate ai clan, ai quartieri, alle grandi famiglie. Molto del suo rapporto con la città è riassunto  nella figura materna. Un amore viscerale e tuttavia un desiderio di affrancamento.

Non so se questa è l'occasione giusta per esprimere l'opinione che mi sono fatta sulla sua identità, ma nell'incertezza approfitto di questo spazio: una famiglia legata alla camorra, trasferita all'estero e con un nome di copertura, per cui  è impossibile all'autrice mostrare il suo vero viso. Ecco spiegato l'irremovibile decisione di nascondersi dietro uno pseudonimo, cosa che ha senz'altro giovato alla casa editrice. Conosce troppo bene certe dinamiche e certe mentalità della Napoli che descrive, per averla dovuta solo immaginare. Magari mi sbaglio, magari no.
A quanto pare con questo chiudo la lettura di tutti i romanzi di questa scrittrice che ho amato tanto, nella quale riconosco la mia città, e rimango in attesa del prossimo lavoro. Prima o poi uscirà.
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