Duramadre, Erica Cassano


 Approfitto di questa recensione per una brevissima considerazione generale.

Quest'estate ho letto parecchia narrativa contemporanea, tutta italiana e tutta femminile.

Amo i romanzi storici, eh, però poi mi tocca studiare, (non posso resistere alla curiosità di sapere la verità), e quindi diventa letture più impegnative. Invece la narrativa è puro relax, e dunque si adatta bene anche ai 40 gradi all'ombra. 

L'impressione finale però è stata di aver letto tante belle storie, ma un'unica voce. Una voce composta, piatta, monotono, e molto noiosa. Non so se l'ho detto già da qualche parte, ma io sospetto fortemente che ci sia un unico editor, o forse è una scuola di editor, che lavorano per appiattire le voci. Grandi intrecci, ma niente pathos, niente sostantivi da cercare sul vocabolario, niente sintassi che necessita di un'intonazione. 

E dunque c'è sempre un po' di diffidenza verso le nuove voci. E non so se chiamarla diffidenza o proprio timore di annoiarsi a morte. Va bene il relax, ma non è che un po' di adrenalina ci rovina il divertimento.

Premessa è finita. Il rischio è che si faccia di tutta l'erba un fascio. Invece io questo filo d'erba vorrei che uscisse dal fascio perché ha un quid che lo distingue nel mucchio. E quel quid è raccontare una storia che ti lasci addosso una sensazione difficilmente scrollabile, senza che ci sia un intreccio tale che ti spinga a voltare pagina. E questo è un talento raro.

 Già il primo romanzo era così, e ci ero andata cauta. Era un esordio, e chissà di cosa sarebbe stato foriero. Ora un punto l'ha messo:  Erica Cassano è una che affresca una grande parete con gesti quotidiani, con gli  sguardi abbassati, con i silenzi, con il modo in cui si sposta una sedia. Questo è il suo talento, e a me piace.
La storia di Duramadre è semplice, tutto sommato. Metà degli anni '60. Celeste, maestra napoletana, si innamora di un collega più giovane e calabrese. Così, quando lui ottiene il trasferimento nella sua città dell'entroterra della Calabria, lei lo segue. E, come si usava allora, va a vivere con la famiglia di lui: un'estranea tra noi, come si può immaginare.
E qui, naturalmente, che si concentra la narrazione. E arriva la claustrofobia.
L'ho letto durante le mie vacanze in Calabria: era agosto, e ancora sento che mi stringe in gola.
Duramadre, io non lo sapevo, è un termine biologico, una parte delle meningi, 

A star fermi qui, ci si prosciuga la duramadre. La duramadre, Tonio lo capì subito, suo padre intendeva la testa e tutto quello che c'era dentro

ma è anche l'attaccamento alla terra, ed è anche la dittatura delle madri nelle famiglie. 

Di matriarcato non si parla abbastanza, forse perché associamo ancora troppo la maternità alla perfezione e alla dolcezza che proprio in quegli anni decodificava il ruolo delle madri a rassicuranti donne sorridenti che sfornano biscotti. Se ci pensiamo sono le madri spesso, e soprattutto nelle famiglie del sud, che dettano i silenzi, che censurano gli argomento, che insinuano pensieri, che dominano i pensieri dei figli maschi, che creano insicurezze nelle figlie femmine.
E invece in questo romanzo che cristallizza un tempo, delle dinamiche, una mentalità, quella realtà lontanissima dalle copertine patinate, che ti lascia addosso una patina di tossicità, per usare un termine contemporaneo, non succedono grandi cose. Anche questa, come l'altra, è una fabula senza intreccio, ma è questo il marchio di fabbrica, e non è per niente noioso.

Duramadre
Erica Cassano
Garzanti, 2026
336 p.

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